ARTICOLI SULLA VITA E LA STORIA DEL POPOLO EBRAICO

lunedì 17 maggio 2010

Festività di Shavuoth 5770 (19-20 maggio 2010)

Festività di Shavuoth 5770 (19-20 maggio 2010)
Orario officiature e letture Torah 5770 (2010) (services time and Torah readings)
Messaggio del rabbino capo 5769 (2009)
Tikkun di Shavuoth (18 maggio 2010)

“Celebrerai la festa dell’Eterno, del tuo Dio, mediante offerte volontarie che presenterai nella misura delle benedizioni che avrai ricevuto dall’Eterno tuo Dio” (Dt 16, 19).

La festa di Shavuoth cade quest’anno i 19 e 20 maggio 2010.
E’ celebrata 50 giorni dopo Pesach e costituisce una delle tre feste di pellegrinaggio (con Sukkoth e Pesach).
E’ la festa delle offerte per eccellenza, chiamata anche Yom ha-bikkurim, “giorno delle primizie”, perché era il giorno in cui, da tutto il paese, ci si recava al Tempio di Gerusalemme per offrire al Santuario le primizie dei campi.
Durante tutte e tre feste di pellegrinaggio la popolazione maschile di Israele – ma per Sukkoth il pellegrinaggio a volte era previsto anche per le donne e i bambini (Es 2) – partiva da ogni paese, da ogni villaggio, per portare al Tempio di Gerusalemme la propria offerta, a testimonianza della propria presenza e della propria fedeltà all’ordine divino.

“Celebrerai la festa dell’Eterno, del tuo Dio, mediante offerte volontarie che presenterai nella misura delle benedizioni che avrai ricevuto dall’Eterno tuo Dio” (Dt 16, 19).
La festa di Shavuoth cade quest’anno i 19 e 20 maggio 2010.
E’ celebrata 50 giorni dopo Pesach e costituisce una delle tre feste di pellegrinaggio (con Sukkoth e Pesach).
E’ la festa delle offerte per eccellenza, chiamata anche Yom ha-bikkurim, “giorno delle primizie”, perché era il giorno in cui, da tutto il paese, ci si recava al Tempio di Gerusalemme per offrire al Santuario le primizie dei campi.
Durante tutte e tre feste di pellegrinaggio la popolazione maschile di Israele – ma per Sukkoth il pellegrinaggio a volte era previsto anche per le donne e i bambini (Es 2) – partiva da ogni paese, da ogni villaggio, per portare al Tempio di Gerusalemme la propria offerta, a testimonianza della propria presenza e della propria fedeltà all’ordine divino.
Alle origini della festa
Di seguito alla distruzione del secondo tempio (70 dopo l’era cristiana), la festività si ricentra sulla commemorazione dell’Alleanza al Sinai, al dono della Torah e dei Dieci Comandamenti.
Dopo l’uscita dell’Egitto i figli d’Israele si diressero verso il paese di Canaan, e sette settimane dopo giunsero dinanzi al monte Sinai dove ricevettero l’ordine di lavare i propri abiti. Il terzo giorno, fra lampi e tuoni, il Signore parlò al popolo che però, dinanzi allo svolgimento della natura e della potenza della voce di Dio, fu preso da grande spavento.
Mosè ricevette allora da Dio l’ordine di recarsi da solo sulla cima del monte, dove rimase quaranta giorni e quaranta notti per ricevere le due tavole della Legge, o più esattamente, come dice il testo ebraico, “le due Tavole dell’Alleanza”, il Decalogo.
L’espressione comunemente usata, Dieci Comandamenti, è imprecisa in quanto il termine che si trova nella Torah, “assereth ha-dibberoth”, le “dieci parole”, assegna a quest’ultime il valore, piuttosto, di messaggi.
Ma il popolo, vedendo che Mosè dopo quaranta giorni non era ancora tornato, temette di essere stato abbandonato e con, l’oro ricevuto in dono dagli egiziani, si costruì un vitello d’oro a imitazione del Bue Api adorato da quest’ultimi.
Mosè, scese dal Sinai, vedendo il popolo abbandonarsi all’adorazione di un idolo, spezzò le Tavole dell’Alleanza considerandolo indegno di riceverle.
Ma dopo che i trasgressori furono puniti e che il popolo si fu pentito del peccato commesso, Dio, alle preghiere di Mosè, annunciò il suo perdono con l’espressione “Salachtì”: ho perdonato. E Mosè, salito ancora una volta sul monte Sinai, ricevette nuovamente le Tavole dell’Alleanza. (1)


La liturgia
Alla funzione del mattino si legge la parashah che contiene il Decalogo. Durante la giornata viene letto anche il libro di Ruth, che si collega alla festa della mietitura. La storia di Ruth è molto bella e poetica. Naomi e i suoi due figli emigrano in Moab a causa di una carestia. I figli sposano due moabite, ma ambedue muoiono. Naomi decide allora di tornare alla sua terra e Ruth, una delle nuore, va con lei perché, dice, “la tua terra è la mia terra, il tuo Dio è il mio Dio”. Spinta dalla stessa suocera, Ruth sposa Boaz, ricco possedente e lontano parente della famiglia. Secondo la tradizione Ruth è la progenitrice del re David, dalla cui stirpe discenderà il Messia. (1)


Usanze
La festività di Shavuoth non ha comandamenti speciali. Ci sono però dei minhagim (usanze) che si sono fissati lungo i secoli (vedere Come nasce il Minhag? nella parte Cultura ebraica del sito).
Le sinagoghe vengono addobbate di fiori e di piante per ricordare che siamo all’epoca delle primizie, con un forte richiamo alle cerimonie di offerte di primizie all’epoca del Tempio.
Esiste anche l’abitudine di riunirsi la notte di Shavuoth per studiare la Torah fino all’alba. Questo studio, chiamato Tiqoun (riparazione), deve riparare la debolezza di quelli che non ebbero la forza di vegliare quando l’Eterno fece dono della Torah sul Sinai. Ma questa veglia consiste in primo luogo ad aspettare l’ora in cui gli antenati d’Israele ricevettero le parole divine. L’origine di quest’usanza è da cercare nella cabala del sedicesimo secolo. Lo scopo è di rivivere l’esperienza del Sinai nel fuoco e nella gioia.(2)

Fonti:
(1) Ziv, bulletin de la commission judaisme de la Cté des Béatitudes (Francia)
(2) Le pietre del tempo, il popolo ebraico e le sue feste di Clara e Elia Kopciowski


http://www.comunitadibologna.it/index.php?option=com_content&task=view&id=121&Itemid=1

Mons. Josef Tiso e il problema ebraico – per un sano revisionismo storico

Mons. Josef Tiso e il problema ebraico – per un sano revisionismo storico


Mons. Josef Tiso



di don Curzio Nitoglia

Introduzione

Nel 1993 lo Stato Cecoslovacco si è diviso in due, dando vita alla repubblica Slovacca e a quella Ceca. La separazione è stata voluta soprattutto dalla Slovacchia, tendenzialmente separatista sin dal 1918, quando nacque in maniera artificiosa lo Stato Cecoslovacco, che era composto allora all’incirca da 13 milioni di Cechi, 3 milioni di Tedeschi, 3 milioni di Slovacchi e 700 mila Ungheresi. La Slovacchia è una regione piccola, prevalentemente montuosa, abitata in origine da popolazioni celtiche, in seguito occupata da tribù germaniche, poi dai Romani e dai Goti. Nel VI secolo vi si installarono gli Slovacchi, che nel IX secolo dettero vita ad un regno assorbito nel IX secolo dai Magiari. Indi si unì all’Ungheria sino alla prima guerra mondiale. In seguito al trattato di Versailles che mutilò l’Ungheria, la Slovacchia nel 1918 fu annessa alla repubblica Ceca e nacque lo Stato Cecoslovacco. Tale Stato, imposto dalle potenze vincitrici e specialmente dalla Francia, non venne accolto con entusiasmo dagli Slovacchi, i quali subito manifestarono intenti separatistici. Con l’inizio della seconda guerra mondiale si realizzano le loro aspettative. Nel 1939 sotto la protezione del III Reich, che aveva riunito a sé l’Austria e l’Ungheria, anche la Slovacchia rinacque come Nazione indipendente dalla repubblica Ceca, sotto la direzione del Presidente monsignor Josef Tiso[1]. Nel 1944 la Slovacchia venne occupata dall’Armata rossa e nel 1945 venne riaccorpata alla repubblica Ceca sino al gennaio 1993.

Tiso e la questione ebraica

Nel 2002 per i tipi dell’editrice “Periferia” di Cosenza (Periferia@aec.calabria.it/ tel-fax 0984. 481.392) è uscito un interessante volume (146 pagine, 13 euro) a cura di Ingrid Graziano e Istvàn Eördögh (Josef Tiso e la questione ebraica in Slovacchia). La figura di monsignor Tiso (di lontana origine veneta) è controversa e il libro succitato ci aiuta a fare un po’di luce su di essa. Il 14 marzo del 2000 Jàn Slota, sindaco di Ziliana, ha definito Tiso “un grande personaggio” ed ha voluto erigere una lapide commemorativa in onore dello scomparso ex Presidente della Slovacchia con l’approvazione della stragrande maggioranza (40 voti su 41) del consiglio comunale[2]. Lo Stato di Israele ha protestato, ma il sindaco gli ha risposto che avrebbe fatto meglio ad occuparsi dei suoi problemi con i Palestinesi. Tuttavia le proteste dell’ambasciata Usa in Slovacchia, della comunità ebraica slovacca e l’intervento del governo slovacco hanno fatto rinviare il progetto. Il dibattito su Tiso continua «tuttora tra i suoi fautori – di cui fanno parte la stragrande maggioranza degli Slovacchi rifugiatisi in Usa e delle loro organizzazioni cattoliche, che lo considerano un martire e anelano alla sua beatificazione – ed i suoi detrattori che in lui vedono il traditore filo-nazista»[3]. La prestigiosa “Enciclopedia Cattolica” lo definisce «sacerdote esemplare» (Città del Vaticano, 1954, vol. XII, col. 142).

Nascita del ‘nazionalismo’ cattolico in Slovacchia

Il primo Presidente della Cecoslovacchia Masaryk aveva iniziato sin dal 1918 una politica di netta separazione tra Stato e Chiesa.

«Questo atteggiamento fu apprezzato soprattutto dagli Slovacchi protestanti ed ebrei, ma venne invece violentemente contrastato dal clero cattolico»[4]. La politica di separazione del Presidente Tomàs Masaryk fu accompagnata dalla nazionalizzazione di beni della Chiesa, tramite l’esproprio, l’introduzione del servizio militare anche per i sacerdoti, la soppressione delle scuole cattoliche e il sostegno alla ‘chiesa nazionale cecoslovacca’ scissa da Roma. Questa politica della Cecoslovacchia favoriva anche socio-politicamente ed economicamente l’elemento protestante ed ebraico a scapito del cattolicesimo slovacco, che era stato messo ai margini della società e non aveva una forte classe laica di influente e colta borghesia, ma unicamente rurale. Quindi il cattolicesimo, che era il cuore della Slovacchia, nell’unione o annessione alla Cecoslovacchia non aveva più alcun peso sociale e spirituale. La Chiesa cattolica perciò si schierò contro questo stato di cose e propugnò una politica di contrappeso cattolico allo strapotere protestantico ed ebraico. Sarebbe errato vedere nella reazione cattolica una specie di super-nazionalismo sciovinista slovacco: essa «fu dettata per la maggior parte da considerazioni religiose e conseguentemente economico-sociali, piuttosto che da ragioni nazionalistiche»[5]. Già in passato, nel 1895, quando la Slovacchia faceva ancora parte dell’Ungheria, il governo magiaro aveva introdotto una legislazione di separazione tra Stato e Chiesa. Allora un laico cattolico, il conte Nànor Zichy, per contrastare la legislazione liberale, fondò il “Partito Popolare Ungherese”, al quale si iscrissero anche molti sacerdoti slovacchi tra i quali Andrej Hlinka, poi divenuto vescovo di Nitra, il quale, però, quando scorse l’inclinazione filo-magiara del partito, ne uscì e fondò il “Partito Popolare Slovacco”. In quel periodo molti giovani studenti slovacchi, in maggioranza protestanti, cominciarono a vedere nella repubblica Ceca una via di scampo dalla magiarizzazione e a chiedere l’unione tra Cechi e Slovacchi in un unico Stato e ad appoggiare Tomàs Masaryk. Tuttavia sin dal 1919 si palesarono i primi attriti tra Cechi e Slovacchi: «in occasione dell’arrivo di un folto gruppo di burocrati e amministratori cechi […], il loro carattere si mostrò agli antipodi di quello slovacco, dai tratti profondamente conservatori, marcati da una religiosità inflessibile. Gli ebrei ed anche i protestanti slovacchi non ebbero invece difficoltà ad adattarsi a questo nuovo stato di cose. A soffrire, dunque, […] per la separazione fra lo Stato e la Chiesa, furono i cattolici slovacchi»[6]. Fu per questo motivo che Hlinka optò per l’autonomia della Slovacchia e fondò il 19 novembre 1918 il “Partito Popolare Slovacco” di tendenza cattolico-conservatrice. Nel 1929 Tiso divenne il vero capo e pensatore del partito fondato da Hlinka. Tiso, a differenza di un altro leader del medesimo partito, Vojtech Tuka, si oppose al piano di annessione della Slovacchia da parte dell’Ungheria. Nel 1930 divenne vicepresidente del Partito. Tra il 1936-37 il Partito di Hnilka cominciò a radicalizzarsi verso l’estrema destra ultra-nazionalista. Tuka fu uno degli esponenti più radicali di questa corrente assieme ad Alexander Mach, entrambi di tendenza filo-germanica, mentre Karol Sidor si differenziava da questi due solo per il suo filo polacchismo e fu l’avversario più tenace di Tiso, il quale paragonato ad essi era più moderato e, più che ‘separatista’ dalla repubblica Ceca, era un ‘autonomista’ della Slovenia. Quando assunse il potere in Slovacchia fu il principale artefice della sua indipendenza, ma essa avvenne all’ombra della Germania ex natura rerum. Infatti, nel 1938 dopo aver annesso l’Austria, Hitler si dirigeva verso Praga ove risiedeva una forte minoranza tedesco-sudeta, che stanca di subire vessazioni da parte dei Cechi chiedeva al III Reich protezione. Naturalmente la Slovacchia allora unita forzatamente con la repubblica ceca ne avrebbe seguito le sorti. Quando il governo ceco il 9 marzo 1939 aggredì la Slovacchia dopo la sua separazione dalla Cechia, Hitler intervenne. Convocò Tiso e lo mise di fronte all’alternativa di scegliere tra l’indipendenza slovacca garantita dalla Germania oppure l’occupazione. Tiso optò per l’indipendenza, pur se limitata dalla tutela germanica. Tuttavia, la Costituzione della neonata Slovacchia si fondava non sulla dottrina nazionalsocialista, ma sull’amor patrio e la dottrina sociale cattolica, specialmente espressa nelle encicliche Rerum novarum di Leone XIII (1890) e Quadragesimo anno di Pio XI (1931). Alcuni storici lo hanno dipinto come un antisemita biologico, opportunista asservito al nazionalsocialismo; altri come il padre gesuita Pierre Blet lo descrivono come «uomo di provata fedeltà alla Chiesa, ma anche profondamente votato alla causa della indipendenza slovacca, che avrebbe desiderato uscire dalla sua delicata posizione, ma che rimaneva al suo posto solo nella speranza di salvare il salvabile»[7]. Anche i nostri due Autori succitati scrivono: «Sicuramente gli eventi storici avevano costretto la Slovacchia di Tiso in un angolo dal quale non era facile uscire»[8]. Certamente Tiso dovette andare controcorrente: «con il suo corso nazionalista, il Paese aveva disincentivato gli investimenti da parte dei Cechi e degli Ebrei, che controllavano gran parte dei capitali investiti nelle industrie e nell’economia slovacca»[9]. In questi frangenti Tiso mostrò una prudenza non comune, poi la situazione cambiò e l’ala radicale del partito Slovacco con Tuka a capo prese un maggior rilievo e spinse la Slovacchia sempre più verso la Germania. La politica di Tiso mirò ad assicurarsi il sostegno germanico nelle trattative con l’Ungheria per la revisione dei confini, come dichiarò lui stesso in qualità di imputato davanti alla Corte Nazionale il 17 e 18 marzo 1947, ma egli non fece proprie le tendenze neopagane di una certa parte (Joseph Goebbels e Alfred Rosenberg) del nazionalsocialismo, i suoi modelli politici erano piuttosto Salazar, Dollfuss e Franco. Per quanto riguarda il problema ebraico, la posizione di Tiso era assai diversa da quella di Sidor, che era in toto simile a quella germanica, mentre Tiso seguiva la dottrina e la prassi della Chiesa cattolica di “segregazione amichevole” e non di razzismo biologico. Frattanto Tuka partì il 12 febbraio del 1939 alla volta di Berlino per assicurarsi il sostegno di Hitler alle rivendicazioni slovacche. Secondo alcuni storici e come abbiamo già intravisto «lo spettro di un’aggressione ungherese avrebbe indotto Tiso a buttarsi nelle braccia dei nazisti per salvare così la Slovacchia»[10]. Tiso non aveva mai accettato l’accorpamento della Slovacchia alla repubblica Ceca e si alleò con la Germania per ottenere la reale indipendenza della piccola Slovacchia. Sin dal 1939 aveva agganciato il suo “nazionalismo” o meglio “amor patrio” alla dottrina cattolica, in cui l’identità nazionale slovacca era sorretta dalla dottrina cristiana. Il 13 marzo 1939 Tiso venne ricevuto a Berlino da Hitler, il quale gli promise di difendere la Slovacchia da un’eventuale aggressione ungherese. «Dopo la proclamazione del nuovo Stato slovacco, il 19 marzo 1939 fu firmato il trattato di protezione con la Germania. Il 23 marzo le truppe ungheresi varcarono la frontiera ed entrarono in territorio slovacco […]. Le violazioni territoriali compiute dalle truppe magiare […] ebbero come conseguenza un ammonimento da parte del governo tedesco, sicché l’Ungheria fu costretta ad indietreggiare e a riconoscere il nuovo Stato»[11].

Slovacchia e giudaismo

Nel 1867 «si era aperta un’opportunità di sviluppo sociale ed economico per gli Ebrei. In seguito ebbe inizio la loro assimilazione principalmente alla Nazione ungherese e in numero assai inferiore alle altre nazionalità. L’assimilazione linguistica e nazionale non ebbe luogo invece tra gli ebrei ortodossi, che vivevano in numero considerevole nella Slovacchia orientale»[12]. La Cecoslovacchia, come abbiamo visto, era stata costituita in maniera artificiale nel 1918. «Gli Ebrei che si erano assimilati agli ungheresi non ebbero rapporti positivi con la Cecoslovacchia. Inoltre questa situazione fu aggravata agli occhi degli Slovacchi dal fatto che gli esponenti politici ebraici appoggiavano l’idea di una Cecoslovacchia unita e si opposero alle tendenze separatiste slovacche»[13]. Conseguentemente sin dal 1918 in Slovacchia iniziarono a manifestarsi, anche grazie alla lotta dottrinale del “Partito Popolare Slovacco” di Hnlika, fenomeni di antigiudaismo teologico, fondato anche su sentimenti religiosi, patriottici e politico-sociali. Quando si realizzò l’autonomia della Slovacchia e Tiso venne eletto Presidente del Consiglio nel 1938, riprese i temi dottrinali di Hnilka e scrisse un articolo sul giornale “Slovàk” del 25 ottobre 1938 in cui asseriva: «Nessuno deve aver timore di un regime cristiano. Esso non adotterà sistemi e ideologie straniere, non ricorrerà a ritorsioni e sarà clemente, ma se fosse costretto a difendersi saprà colpire e cacciare il nemico dal suo nascondiglio. Pur essendo la carità fraterna l’essenza del cristianesimo, il regime cristiano saprà allontanare ogni ostacolo che rappresenti un pericolo per la comunità nazionale. Perciò abbiamo abolito il Partito comunista». Quando l’esercito ungherese iniziò ad invadere la Slovacchia il 4 novembre 1938, Tiso diede ordine ai Comuni che 75. 000 ebrei nullatenenti, emigrati e vaganti nella Slovacchia, fossero dislocati nei territori meridionali destinati ad essere restituiti all’Ungheria. «L’Ungheria invece, entrata nel frattempo nei suddetti territori, a sua volta volle riconsegnare gli ebrei recentemente trasferiti. La Slovacchia però negò il permesso per il loro rientro. Sorsero così i primi campi di ebrei rifugiati sulla ‘terra di nessuno’ fra le due frontiere»[14]. Allora «il governo slovacco tentò di risolvere la questione ebraica attraverso l’emigrazione volontaria, ma questo piano era destinato a fallire perché la maggioranza degli ebrei […] si opponeva ad un allontanamento arbitrario […] e preferiva aspettare un cambiamento politico. In merito alle tendenze radicali, Tiso, negli anni 1939-1940, assunse una posizione alternativa per la soluzione della questione ebraica e scelse la cosiddetta “via graduale”. Essa implicò una moderata e progressiva, ma non meno decisa volontà politica di escludere [sarebbe più corretto dire: limitare la preponderanza] gli ebrei in Slovacchia dalla vita economica, politica e sociale»[15]. L’influsso ebraico nella Slovacchia corrispondeva alla proprietà del 40% del patrimonio nazionale. Tiso nominò una commissione nel 1939 al fine di ridurre la preponderanza economica, politica e sociale giudaica alla proporzione corrispondente al numero percentuale di Ebrei viventi in Slovacchia, che era del 4%. Tiso scrisse: «offriremo agli Ebrei il 4% delle opportunità secondo la percentuale del 4% che essi rappresentano nell’ambito della nostra Nazione» (Slovàk 13 marzo 1940). In breve, una Nazione di 3 milioni di abitanti Slovacchi aveva un reddito del 60%, mentre il rimenerete 40% era posseduto dalla popolazione ebraica pari al 4%, ossia a 120.000 persone. La di sproporzione era evidente ed andava corretta. Nonostante ciò, «la soluzione della questione ebraica non procedette con la rapidità richiesta da una parte dai nazisti tedeschi e dall’altra dai radicali slovacchi, come Tuka e Mach […]. Tiso, posto di fronte ai fenomeni di violenza causati dalla mobilitazione antiebraica, cercò di prevenire le azioni arbitrarie e il 15 marzo 1939 avvertì la popolazione nel suo discorso radiofonico: “Nessuno pensi di poter risolvere la questione la questione ebraica da sé […] in caso contrario il governo si riserva di agire severamente in proposito”» e il giorno dopo sempre tramite radio precisò: «allontaneremo ciò che deve essere allontanato senza odio e senza passione, non con la brutalità ma in modo cristiano». Dipoi «la guerra scoppiata tra la Germania e l’Urss rafforzò la propaganda contro il bolscevismo ebraico»[16].

Tiso e il giudaismo

«Esiste in parte della storiografia recente una tendenza a prosciogliere, in un certo senso, Tiso dall’accusa di aver perseguito una violenta politica antisemita, imputando ai radicali del suo Partito – Tuka, Mach e Durcansky – gran parte delle colpe per le deportazioni ebraiche che ebbero luogo in Slovacchia»[17]. Il 5 dicembre del 1939 «Pio XII si congratulò con Tiso per la sua ascesa alla carica di Presidente della Repubblica»[18]. Tiso acconsentì inizialmente solo alla limitazione della preponderanza ebraica dalla vita economica del Paese. Nel 1940 la “legge 198”, firmata da Tuka e da Mach ma non da Tiso, costrinse gli Ebrei ai lavori forzati. Certamente Tiso era favorevolissimo a partecipare con la Germania alla guerra contro Stalin, vista come una “crociata contro il comunismo” ad extra, conclusione logica di quella ad intra contro la massoneria, il comunismo e il giudaismo presenti in Slovacchia. Per quanto riguarda la espulsione degli ebrei dalla Slovacchia e la loro dislocazione, essa ebbe inizio il 26 marzo 1942 e cessò, dietro richiesta del Vaticano, nell’ottobre del medesimo anno. «La linea di Tiso era condivisa anche da altri ecclesiastici, come ad esempio dal vescovo di Spis Jan Vojatassak»[19]. Quello di Tiso non era antisemitismo biologico o razziale dettato da odio, ma antigiudaismo teologico tradizionale spinto da amor patrio. Frattanto nel 1943 l’America era intervenuta presso la S. Sede «per far sapere a Josef Tiso che il suo atteggiamento nei confronti degli ebrei non sarebbe stato dimenticato»[20]. Ma monsignor «Tiso non sembrava minimamente scalfito dall’avvertimento americano […]. Quando nel 1944 i Russi si avvicinarono alla Slovacchia, rifiutò di fuggire con l’aereo che Hitler gli aveva messo a disposizione»[21], per rifugiarsi in Germania presso il cardinal Faulhaber arcivescovo di Monaco. Tiso difese il suo operato davanti alla S. Sede con una lettera nella quale scriveva che «Le misure prese contro i Cechi e gli Ebrei miravano unicamente a eliminare l’influenza deleteria di alcuni elementi, i quali si erano alleati in agosto ai paracadutisti – inviati in Slovacchia dal governo Ceco in esilio a Londra al fine di unirsi alla Resistenza locale – e, di conseguenza, avevano costretto il Paese a chiedere l’aiuto tedesco per domare la rivolta»[22].

Conclusione

L’ultima lettera di monsignor Tiso a Pio XII dell’8 novembre 1944 rappresenta il suo testamento spirituale e dottrinale. Tiso affermava che «le accuse di atrocità al governo slovacco, commesse nei confronti di persone a causa della loro nazionalità e della loro stirpe sono soltanto dicerie ed esagerazioni della propaganda nemica […]. Durante i cinque anni della indipendenza slovacca non si è verificata neppure una sola condanna a morte. L’espulsione dei Cechi e la dislocazione degli Ebrei come forza lavoro per la Germania è stata una necessità imposta dall’esigenza di difendere la nostra Nazione dai suoi nemici che hanno operato in essa in modo distruttivo da secoli […]. La piccola Slovacchia troppo debole per difendersi da sola dall’invasione ungherese ha dovuto chiamare in suo aiuto il III Reich germanico quale suo protettore». Josef Tiso venne arrestato verso la metà di giugno del 1945 da parte di servizi segreti americani. Egli non venne consegnato al Vaticano, ma alla ricostituita Cecoslovacchia, la quale il 15 aprile del 1947 lo condannò a morte per impiccagione. Vittorio Messori sulla rivista Il Timone dell’aprile 2006, sotto il titolo “Presidente e prete calunniato”, ha scritto: «L’alba del 18 aprile del 1947, nel cortile del tribunale di Bratislava, un uomo sulla sessantina [Josef Tiso], dalla corporatura massiccia, accompagnato da un frate cappuccino, saliva i pochi gradini di un patibolo, sul quale incombeva una forca. Solo sette minuti dopo il momento in cui la botola gli si è aperta sotto i piedi, l’espressione del condannato si è lentamente trasformata in un orribile rictus, mentre dalle sue mani scivolava la corona di un rosario che stringeva tra le mani. Si era scelta l’impiccagione perché considerata più degradante della fucilazione e si era fatto in modo che la morte non fosse immediata ma sopravvenisse tra tormenti e terrori» (p. 64). L’Osservatore Romano qualche giorno dopo chiosò: «non si è cercata giustizia ma vendetta». Messori commenta: «la presenza di un sacerdote, per giunta non sconfessato dalla Gerarchia, ai vertici della Slovacchia – secondo alcuni – sarebbe la prova della solidarietà se non della simbiosi tra cattolicesimo e nazionalsocialismo. […] Anche perché papa Pacelli lo onorò con un breve quando fui eletto Presidente della Slovacchia» in cui si legge: «Noi approviamo le vostre intenzioni lodevoli di volervi sforzare, nel compimento del vostro incarico, di mantenere le relazioni con Noi e di volerle rafforzare. Vi promettiamo di appoggiarvi con tutti i Nostri sforzi nel compimento di questo progetto e vi impartiamo la Benedizione Apostolica». Il fondatore del partito cui aderì Tiso fu don Andrej Hlinka «un religioso venerato dal suo popolo, non soltanto per l’attività politica ma anche per lo straordinario fervore di opere sociali e assistenziali da lui promosse. Fedele uomo di Chiesa e cattolico di ortodossia sicura, ispirò il suo partito alla dottrina sociale della Chiesa, escludendo ogni violenza ed estremismo, ma chiedendo con fermezza libertà per la Slovacchia, asservita all’Ungheria nel sistema imperiale asburgico. […] Nel frattempo morto mons. Hnilka, la responsabilità del ‘Partito popolare Slovacco’ passava all’ancor giovane don Josef Tiso […]. Laureato in teologia, di vita e di pensiero inappuntabili, sino alla fine all’impegno politico volle unire la responsabilità pastorale di una piccola parrocchia, per mostrare che era e restava innanzitutto prete. […]. Con realismo cristiano, Tiso – messo alle spalle al muro da un Diktat: o indipendenza [dalla repubblica Ceca] e alleanza [con la Germania] o occupazione militare – scelse la strada del male minore. […]. Confidò più volte che era sceso in politica per necessità, sospinto dal bisogno della sua Patria. […]. Egli rifiutò la dottrina razziale biologica nazionalsocialista, incompatibile con la dottrina cattolica. […]. Per ben cinque volte espresse il desiderio che un’autorità ecclesiastica superiore, foss’anche solo il suo vescovo, gli chiedesse di lasciare la carica di Stato. Si volle invece che restasse. Restò, in effetti, per spirito d’obbedienza, ben sapendo che ciò gli sarebbe costato la vita, che aveva offerta al suo popolo» (p. 66). Una figura da rivisitare, per dissipare le zone d’ombra che la contemporanea letteratura “politicamente corretta” le ha incollato addosso.

8 maggio 2010

Link a questa pagina: http://www.doncurzionitoglia.com/mons_josef_tiso.htm


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[1] Nacque il 13 ottobre 1887 a Velka Buta da una famiglia di contadini. Studiò al Seminario di Nitra e poi al Pazmaneum di Vienna ove si addottorò in teologia. Fu ordinato sacerdote nel 1910.

[2] Cfr. Ingrid Graziano – Istvàn Eördögh, Josef Tiso e la questione ebraica in Slovacchia, Cosenza, Periferia, 2002, p. 9.

[3] Ibidem, p. 10.

[4] Ib., p. 13.

[5] Ib., p. 14.

[6] Ib., p. 15.

[7] P. Blet, Pio XII e la Seconda Guerra Mondiale negli archivi vaticani, Torino, 1999, p. 224.

[8] Ingrid Graziano – Istvàn Eördögh, Josef Tiso e la questione ebraica in Slovacchia, p. 19.

[9] Ibidem, p. 21.

[10] Ib., p. 26.

[11] Ib., p. 34.

[12] Ib., p. 57.

[13] Ivi.

[14] Ib., p. 59.

[15] Ib., p. 60.

[16] Ib., p. 71.

[17] Ib., p. 43.

[18] Ib., p. 89.

[19] Ib., p. 49.

[20] Ib., p. 53.

[21] Ivi.

[22] Ib., p. 55; cfr. anche P. Petruf, La Slovaquie, Parigi, PUF, 1998; J. A. Mikus, La Slovaquie, une nation au coeur de l’Europe, Losanna, L’Age d’Homme, 1992.

Questo articolo é stato pubblicato 14 maggio 2010, 07:42 ed é archiviato sotto Storia. Resta aggiornato attraverso il feed RSS 2.0. Puoi lasciare un commento oppure inviare un trackback dal tuo sito.





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lunedì 12 aprile 2010

EBREI MESSIANICI

A proposito di «ebrei messianici»
Elena Lea Bartolini De Angeli
E’ possibile che, visitando la Città vecchia a Gerusalemme nei pressi della porta di Jaffa, o recandosi ad Ein Karem, si senta parlare di comunità di «ebrei messianici» che in quei luoghi – e non solo – hanno la loro sede, o può succedere comunque di sentirli nominare non necessariamente in riferimento a Gerusalemme. Ma chi sono? «Ebrei cristiani»? O qualcos’altro?

Il fenomeno non nasce in Terra di Israele ma vi arriva con la ‘alijiah, il «ritorno» verso la Terra dei padri. Il contesto originario va ricercato in Occidente nel movimento Jesus-believing Jews (Jbj) che si rifà agli ebrei credenti in Gesù del primo secolo. Non a caso cercano di individuare un possibile legame con la primitiva comunità giudeo-cristiana di Gerusalemme, idea che affermano con forza a Londra durante l’International Hebrew Christian Conference del 1925, alla quale partecipano delegati di 22 nazioni. È in quest’ambito che, progressivamente e fra alterne vicende, si sviluppa l’attuale movimento dei Messianic Jews (ebrei messianici).

Gli studiosi del fenomeno tuttavia, individuano come uno dei più influenti predecessori di tutto questo Joseph Rabinowitz, nato in una famiglia chassidica della Russia, che giunse alla fede in Gesù durante un viaggio in Palestina nell’estate del 1882. L’originalità di Rabinowtiz e del movimento da lui fondato («Israeliti della nuova alleanza») sta nell’insistenza ostinata con cui affermò che la sua fede in Gesù non aveva fatto di lui un ex-ebreo, anche se aveva deciso di farsi battezzare come segno di appartenenza all’universale Chiesa di Cristo senza per questo diventare un membro di una particolare denominazione cristiana della gentilità e senza abbandonare la sua identità ebraica.

Fin dall’inizio contraddistinti da correnti diverse, e variamente influenzati dalla Haskalah, «l’emancipazione» ebraica, i Messianic Jews si delineano sempre di più come coloro che hanno deciso di credere in Gesù di Nazaret come Figlio di Dio e Redentore. Sul contenuto dell’espressione «Figlio di Dio» non c’è uniformità: c’è chi lo comprende soltanto in termini umani escludendone la divinità, e c’è chi invece cerca di giustificare la sua origine divina riconducendola alla Qabbalah – la mistica ebraica – o al concetto di Shekhinah, «presenza di Dio», escludendo quindi qualsiasi riferimento ai Simboli cristiani da Nicea in poi. Si dividono anche sull’adesione o meno alla tradizione orale ebraica: c’è chi riconosce solo la Torah (Pentateuco) scritta. Sostanzialmente comunque osservano i precetti e celebrano il Sabato, qualche gruppo celebra anche la Domenica con modalità proprie, la festa principale rimane la Pasqua, sia come Pasqua ebraica che come «memoriale» di Gesù. Tutto ciò nell’attesa del suo ritorno, quindi come «messia» che non ha ancora concluso la sua opera, che deve realizzare i «tempi messianici definitivi» che ogni ebreo attende.

Il problema di fondo è come mostrare la propria identità di fronte alla Sinagoga e alla Chiesa: per il momento i rapporti restano difficili, il rabbinato – e le correnti religiose ortodosse – non vedono bene il fenomeno, e le diverse confessioni cristiane – alle quali ogni tanto qualche gruppo tenta di collegarsi – hanno comprensibili difficoltà ad integrarli al loro interno. C’è comunque chi ritiene che gli ebrei messianici contribuiscano a riaprire in maniera significativa la riflessione sulla fine del giudeo-cristianesimo che ha privato di fatto la Chiesa cristiana del legame diretto con la sua radice ebraica.




http://www.bibbiablog.com/2010/04/11/a-proposito-di-%c2%abebrei-messianici%c2%bb/

sabato 10 aprile 2010

Israele: molte denunce al telefono per vittime di pedofilia nelle scuole dei rabbini

Israele: molte denunce al telefono per vittime di pedofilia nelle scuole dei rabbini
10 03 2010
GERUSALEMME (1 aprile) – Una organizzazione non governativa israeliana che da anni si occupa di violenze domestiche, su donne e minorenni, denuncia casi di pedofilia anche nella realtà delle scuole rabbiniche (yeshivot).

I volontari della Association of Rape Crisis Centers in Israel (ARCCI www.1202.org.il)
hanno creato una linea telefonica d’aiuto ad hoc, destinata proprio alle vittime dei collegi religiosi ebraici. L’iniziativa si rivolge a ragazzi e giovani immersi nel mondo a parte delle comunità ortodosse e ultraortodosse. Ma non solo a loro, come dimostra il caso recente di un influente rabbino di Gerusalemme (estraneo a correnti radicali) costretto a lasciare l’insegnamento e autoconfinarsi in provincia dall’inedito bando di un sinedrio di confratelli dopo essere stato accusato di «comportamenti impropri» verso alcuni discepoli. Uno dei pochi episodi emersi dall’interno, si osserva all’Aecci, le cui linee telefoniche hanno cominciato a raccogliere in misura sempre più consistente denunce di abusi, maltrattamenti e vere e proprie molestie sessuali commesse nelle yeshivot, nei bagni rituali e qualche volta addirittura in sinagoga, ad opera di rabbini o docenti.

Un fenomeno minoritario, certo, come in tutte le realtà – religiose e laiche – infettate dalla piaga, sottolineano i responsabili dell’associazione. Ma non per questo irrilevante, se si pensa che gli sos di voci maschili giunti all’Arcci sono stimati quasi pari a quelli delle vittime femminili.

L’associazione, che conta nove strutture in giro per il Paese, si propone di rompere un muro di silenzio tuttora spesso, come testimonia il fatto che in questo contesto l’iniziativa d’aiuto è nata al di fuori delle istituzioni religiose. Il primo passo, il più difficile, è denunciare, visto che – notano gli operatori – «i giovani religiosi usano persino parole diverse dai loro coetanei e hanno una soglia del pudore molto alta, un’educazione secondo cui certi termini non si dicono e basta». Per questo, poco più di cinque anni fa, l’ong ha messo a punto un numero di emergenza specifico, curato da centralinisti osservanti, per haredim (gli ebrei ortodossi, spesso ai margini delle leggi laiche d’Israele) e allievi di collegi religiosi in genere. «Ogni anno riceviamo tra 500 e 600 chiamate – racconta all’Ansa Akiva, uno dei volontari -, per lo più sono teenager, ma non soltanto. Telefonano anche uomini adulti, o magari anziani, abusati anni fa e che ora cercano un modo per affrontare il vecchio trauma».

«Circa l’80% dei ragazzi molestati non denuncia comunque l’aggressore», aggiunge. Mentre, insolitamente, «l’incidenza degli abusi (raccolti dall’Arcci) risulta pressoché uguale fra maschi e femmine». Il sospetto è del resto che si tratti solo della punta dell’iceberg. «Molti dei ragazzi che accettano di venire allo scoperto scappano dalla loro comunit… – riprende Akiva – perchè si sentono alienati. Ma il mondo ‘esternò resta poi inospitale per loro: ha codici, usi e costumi ignoti». Di positivo c’è che un volta denunciata la molestia gran parte del lavoro è fatta, poichè «nell’ebraismo non esiste un’autorità centrale paragonabile al Vaticano in grado di riassegnare ad altre comunità un rabbino o insegnante di yeshiva riconosciuto colpevole». Di negativo c’è però che le denunce, qui, sembrano restare un’eccezione.

Fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo_app.php?id=27965



http://www.agerecontra.it/public/press/?p=4070#more-4070

mercoledì 27 gennaio 2010

Il senso del Giorno della Memoria-27 Gennaio








Il senso del Giorno della Memoria



Renzo Gattegna, Presidente Unione Comunità Ebraiche Italiane

Sessantacinque anni fa, il 27 gennaio 1945, venivano aperti i cancelli di Auschwitz. Le immagini che apparvero agli occhi dei soldati sovietici che liberarono il campo, sono impresse nella nostra memoria collettiva. Ad Auschwitz, come negli innumerevoli altri campi di concentramento e di sterminio creati dalla Germania nazista, erano stati commessi crimini di incredibile efferatezza. Tali crimini non furono commessi solo contro il popolo ebraico e gli altri popoli e categorie oppressi, ma contro tutta l’umanità, segnando una sorta di punto di non ritorno nella Storia.

L’uomo contemporaneo, con il suo grande bagaglio di conoscenze, nel cuore del continente più civile e avanzato, era caduto in un baratro. Aveva utilizzato il suo sapere per scopi criminali, tramutando quelle conquiste scientifiche e tecnologiche, di cui l’Europa era allora protagonista indiscussa, in strumenti per annichilire e distruggere intere popolazioni, primi fra tutti gli ebrei d’Europa.

Da quel trauma l’Europa e il mondo intero si risvegliarono estremamente scossi. Si domandarono come era stato possibile che la Shoah fosse avvenuta. E, soprattutto, quali comportamenti e azioni mettere in atto per scongiurare che accadesse di nuovo.

Dalla consapevolezza dei crimini di cui il nazismo si era macchiato nacque nel 1948 la Dichiarazione universale dei diritti umani, promulgata dalle Nazioni Unite allo scopo di riconoscere a livello internazionale i diritti inalienabili di tutti gli uomini in ogni nazione.

La consapevolezza di ciò che era stato Auschwitz fu tra gli elementi fondamentali per la costruzione, identitaria prima ancora che giuridica, della futura Europa unita.

Scriveva il filosofo Theodor Adorno che dopo Auschwitz sarebbe stato “impossibile scrivere poesie”, intendendo rendere l’idea di quali implicazioni radicali comportava assumersene la responsabilità, negli anni della ricostruzione e della nascita dell’Europa unita.

Era indispensabile stabilire con esattezza ciò che l’Europa non sarebbe stata. Alle radici dell’impostazione ideale dell’attuale Unione Europea c’è il rispetto per la dignità umana e il rigetto per ciò che era accaduto, sia prima che durante la guerra, a causa di idee razziste e liberticide. Auschwitz è la negazione dei principi ispiratori dell’Europa coesa, economicamente, socialmente e culturalmente avanzata che conosciamo oggi.

Il 27 gennaio 2010 il Giorno della Memoria si celebra in Italia per la decima volta. Dieci anni sono passati da quando fu chiesto all’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane di partecipare all’attuazione delle iniziative, promosse dalle istituzioni dello Stato italiano e in particolare dal Ministero dell’Istruzione, che avrebbero caratterizzato lo svolgimento di questa giornata. Oggi il Giorno della Memoria è diventato un’occasione fondamentale, per le scuole, di formare tanti giovani tramite una importante attività didattica e di ricerca.

Da allora l’ebraismo italiano si è a più riprese interrogato sul modo di proporre una riflessione che non fosse svuotata dei suoi significati più profondi, riducendosi a semplice celebrazione. Al di là delle giuste, necessarie parole su Shoah e Memoria, crediamo infatti che occorra cercare di perpetuare il senso vero di questo giorno.

Molti sono stati in questi anni gli studi, gli articoli, le riflessioni, le pubblicazioni di studiosi e intellettuali che hanno tentato di definire e ridefinire costantemente il senso della Memoria.

Esiste infatti una problematica della relazione tra Storia e Memoria. La Shoah è ormai consegnata ai libri di Storia, al pari di altri avvenimenti del passato. Pochi testimoni sono rimasti a raccontarci la loro esperienza. Si potrebbe ipotizzare una Memoria cristallizzata nei libri, come un evento importante ma lontano nel tempo, da studiare al pari di qualsiasi altro capitolo di un libro scolastico, con il rischio di rendere distante il significato e la ragione vera per cui il Giorno della Memoria è stato istituito per legge.

L’umanità esige che ciò che è avvenuto non accada più, in nessun luogo e in nessun tempo. E’ di enorme importanza che le nuove e future generazioni facciano proprio questo insegnamento nel modo più vivo e partecipato possibile, stimolando il dibattito, le domande, i “perché” indispensabili per la comprensione di quei tragici eventi.

Scriveva la filosofa Hannah Arendt, che il male non ha né profondità, né una dimensione demoniaca. Può ricoprire il mondo intero e devastarlo, precisamente perché si diffonde come un fungo sulla sua superficie. E’ una sfida al pensiero, perché il pensiero vuole andare in fondo, tenta di andare alle radici delle cose, e nel momento che s’interessa al male viene frustrato, perché non c’è nulla. Questa è la banalità. Solo il Bene ha profondità, e può essere radicale.

La filosofa che forse più in profondità ha studiato le aberrazioni del nazismo, coniando quella ormai famosa espressione, “la banalità del male”, riferita a uno dei principali esecutori della Shoah, dà una definizione di tetra neutralità e ignavia a chi non pensa, a chi non riflette, a chi non ha idee proprie, a chi non dà valore e giudizio alle proprie azioni e alle loro conseguenze. La Arendt collega il “bene” direttamente al pensiero, fonte vitale di comprensione del mondo.

Favorendo noi una riflessione vivace nei ragazzi, renderemo forse il servizio migliore a questo Giorno che, per essere vissuto nel modo più autentico, necessita di un pensiero non statico, non nozionistico.

Occorre fornire alle nuove generazione gli strumenti, anche empirici, per riflettere su cosa l’umanità è stata in grado di fare, perché non accada mai più.

Questo, forse, è il senso più vero del Giorno della Memoria, ed è un bene prezioso per tutti.


http://www.ucei.it/giornodellamemoria/index2.htm

giovedì 28 maggio 2009

"Usa non dettino nostra politica"

"Usa non dettino nostra politica"
Replica ministro Israele a Obama
Il governo israeliano non consentirà agli Stati Uniti di dettare la sua politica, e "la costruzione degli insediamenti non sarà fermata". A sostenerlo, dopo che Obama aveva chiesto a Israele di bloccare le costruzioni negli insediamenti cisgiordani, è il ministro israeliano per gli Affari strategici, Moshe Yaalon. "Gli insediamenti non sono la ragione del fallimento del processo di pace, non sono mai stati un ostacolo, in nessuna fase", ha detto.

"Anche quando Israele si è ritirato dai territori palestinesi - ha proseguito il ministro - il terrorismo è continuato. Anche quando abbiamo smantellato le colonie nella Striscia di Gaza ciò che abbiamo avuto è stato un Hamastan (termine spregiativo, derivante da Hamas e dal termine persiano -stan, che significa casa o territorio; quindi Paese di Hamas, ndr)".

Yaalon, ex capo di stato maggiore dell'esercito israeliano, ha comunque ribadito che il governo smantellerà gli insediamenti illegali in Cisgiordania, come annunciato nei giorni scorsi.



http://www.tgcom.mediaset.it/mondo/articoli/articolo450528.shtml

Festività di Shavuoth 5769 (29-30 maggio 2009)


Festività di Shavuoth 5769 (29-30 maggio 2009)


“Celebrerai la festa dell’Eterno, del tuo Dio, mediante offerte volontarie che presenterai nella misura delle benedizioni che avrai ricevuto dall’Eterno tuo Dio” (Dt 16, 19).

La festa di Shavuoth cade quest’anno i 29 e 30 maggio 2009.
E’ celebrata 50 giorni dopo Pesach e costituisce una delle tre feste di pellegrinaggio (con Sukkoth e Pesach).
E’ la festa delle offerte per eccellenza, chiamata anche Yom ha-bikkurim, “giorno delle primizie”, perché era il giorno in cui, da tutto il paese, ci si recava al Tempio di Gerusalemme per offrire al Santuario le primizie dei campi.
Durante tutte e tre feste di pellegrinaggio la popolazione maschile di Israele – ma per Sukkoth il pellegrinaggio a volte era previsto anche per le donne e i bambini (Es 2) – partiva da ogni paese, da ogni villaggio, per portare al Tempio di Gerusalemme la propria offerta, a testimonianza della propria presenza e della propria fedeltà all’ordine divino.
Alle origini della festa
Di seguito alla distruzione del secondo tempio (70 dopo l’era cristiana), la festività si ricentra sulla commemorazione dell’Alleanza al Sinai, al dono della Torah e dei Dieci Comandamenti.
Dopo l’uscita dell’Egitto i figli d’Israele si diressero verso il paese di Canaan, e sette settimane dopo giunsero dinanzi al monte Sinai dove ricevettero l’ordine di lavare i propri abiti. Il terzo giorno, fra lampi e tuoni, il Signore parlò al popolo che però, dinanzi allo svolgimento della natura e della potenza della voce di Dio, fu preso da grande spavento.
Mosè ricevette allora da Dio l’ordine di recarsi da solo sulla cima del monte, dove rimase quaranta giorni e quaranta notti per ricevere le due tavole della Legge, o più esattamente, come dice il testo ebraico, “le due Tavole dell’Alleanza”, il Decalogo.
L’espressione comunemente usata, Dieci Comandamenti, è imprecisa in quanto il termine che si trova nella Torah, “assereth ha-dibberoth”, le “dieci parole”, assegna a quest’ultime il valore, piuttosto, di messaggi.
Ma il popolo, vedendo che Mosè dopo quaranta giorni non era ancora tornato, temette di essere stato abbandonato e con, l’oro ricevuto in dono dagli egiziani, si costruì un vitello d’oro a imitazione del Bue Api adorato da quest’ultimi.
Mosè, scese dal Sinai, vedendo il popolo abbandonarsi all’adorazione di un idolo, spezzò le Tavole dell’Alleanza considerandolo indegno di riceverle.
Ma dopo che i trasgressori furono puniti e che il popolo si fu pentito del peccato commesso, Dio, alle preghiere di Mosè, annunciò il suo perdono con l’espressione “Salachtì”: ho perdonato. E Mosè, salito ancora una volta sul monte Sinai, ricevette nuovamente le Tavole dell’Alleanza. (1)


La liturgia
Alla funzione del mattino si legge la parashah che contiene il Decalogo. Durante la giornata viene letto anche il libro di Ruth, che si collega alla festa della mietitura. La storia di Ruth è molto bella e poetica. Naomi e i suoi due figli emigrano in Moab a causa di una carestia. I figli sposano due moabite, ma ambedue muoiono. Naomi decide allora di tornare alla sua terra e Ruth, una delle nuore, va con lei perché, dice, “la tua terra è la mia terra, il tuo Dio è il mio Dio”. Spinta dalla stessa suocera, Ruth sposa Boaz, ricco possedente e lontano parente della famiglia. Secondo la tradizione Ruth è la progenitrice del re David, dalla cui stirpe discenderà il Messia. (1)


Usanze
La festività di Shavuoth non ha comandamenti speciali. Ci sono però dei minhagim (usanze) che si sono fissati lungo i secoli (vedere Come nasce il Minhag? nella parte Cultura ebraica del sito).
Le sinagoghe vengono addobbate di fiori e di piante per ricordare che siamo all’epoca delle primizie, con un forte richiamo alle cerimonie di offerte di primizie all’epoca del Tempio.
Esiste anche l’abitudine di riunirsi la notte di Shavuoth per studiare la Torah fino all’alba. Questo studio, chiamato Tiqoun (riparazione), deve riparare la debolezza di quelli che non ebbero la forza di vegliare quando l’Eterno fece dono della Torah sul Sinai. Ma questa veglia consiste in primo luogo ad aspettare l’ora in cui gli antenati d’Israele ricevettero le parole divine. L’origine di quest’usanza è da cercare nella cabala del sedicesimo secolo. Lo scopo è di rivivere l’esperienza del Sinai nel fuoco e nella gioia.(2)

Fonti:
(1) Ziv, bulletin de la commission judaisme de la Cté des Béatitudes (Francia)
(2) Le pietre del tempo, il popolo ebraico e le sue feste di Clara e Elia Kopciowski

http://www.comunitadibologna.it/index.php?option=com_content&task=view&id=121&Itemid=1

Corso di Israelologia a Como

Evangelici.net notizie

Corso di Israelologia a Como
Inserita il 21/5/2009 alle 12:29 nella categoria: Israele

COMO - Organizzato da Evangelici d'Italia per Israele (EDIPI), in collaborazione con la chiesa Elim di Como (via Borgovico, 22) in cui si tiene l'incontro, il corso di Israelologia si svolge sabato 23 maggio ed è curato dal direttore degli studi dell'IBEI Rinaldo Diprose.


Rinaldo Diprose, direttore dell'Istituto biblico evangelico italiano (Ibei), oltre a sviluppare i temi dell'incontro, parlerà della sua recente esperienza rispetto a questi stessi corsi tenuti in Israele presso le congregazioni di arabi cristiani ed ebrei messianici all'Istituto NETS di Nazareth e all'Israel College of the Bible di Gerusalemme.


Programma del corso:
sessione mattutina
1) Israele il fratello minore
2) Israele nazione eletta
3) Israele tra passato, presente e futuro

sessione pomeridiana
4) La teologia della sostituzione
5) La Chiesa al posto di Israele
6) la Chiesa al posto del Regno Messianico. [cdf]


Per informazioni: tel. 031/427739 oppure 339/3413990


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Pubblicata da evangelici.net



http://www.evangelici.net/notizie/1242901779.html

Israele: Ebrei messianici sotto i riflettori

Israele: Ebrei messianici sotto i riflettori
2009 Maggio 10

by illuminato
«Io ho annunziato, salvato, predetto, e non è stato un dio straniero in mezzo a voi; voi me ne siete testimoni, dice il SIGNORE… » (Isaia 43:12)

di Gershon Nerel

In Israele l’interesse del pubblico per gli ebrei credenti in Yeshua continua ad essere alimentato da reportage dei media in ebraico e in inglese. Venerdì 13 febbraio 2009 è apparso un altro lungo articolo su Up Front, il supplemento settimanale del Jerusalem Post in lingua inglese. L’attenzione dei lettori su questo articolo è stata attirata da un vistoso titolo sulla prima pagina del Jerusalem Post. Il titolo diceva: «La fede avanza: 7.000 credono in Gesù come loro Redentore». Nel supplemento è stato aggiunto un sottotitolo: «Con grande irritazione dell’establishement in Israele».

Il servizio sugli ebrei messianici occupava sei intere pagine con foto a colori. Sulla copertina del supplemento settimanale si poteva vedere la foto di due giovani. Portavano T-shirt rosse con la scritta ebraica: «Yehudim Lema’an Yeshua» (Ebrei per Gesù) e distribuivano volantini per strada. Larry Derfner, il reporter del Jerusalem Post è riuscito a fare un articolo completo e obiettivo. Ha abilmente evitato di destare o confermare pregiudizi nei lettori.

Nel suo articolo cita, senza censurarle, molte dichiarazioni di ebrei credenti in Yeshua. Qui di seguito alcuni esempi. «Yeshua è l’incarnazione del Dio di Abraamo, di Isacco e di Giacobbe – in una nuova epoca». «Io sono nato ebreo, ma nella fede non c’è differenza tra me e un cristiano evangelico». «Se mi rifiutassi di parlare di Gesù ai miei simili, sarebbe come se conoscessi la medicina per guarire l’AIDS e la tenessi per me».

Dall’articolo si viene a sapere che il 50 percento dei circa 7.000 ebrei messianici in Israele sono nuovi immigrati dall’ex Unione Sovietica. Secondo altre stime, il numero degli ebrei messianici in Israele dovrebbe però arrivare a circa 10.000. Tra questi ci sono anche centinaia di nuovi immigrati dall’Etiopia. Su questo gruppo il giornalista scrive che «molti di loro preferiscono tenere per sé la loro fede». Simili credenti «nicodemiti» si possono trovare anche tra gli immigrati da altri paesi. Per paura della pressione sociale, economica e giuridica preferiscono per il momento tenere segreta la loro fede.

Nell’articolo si fa anche notare che ci sono ebrei messianici che soffrono sotto angherie e persecuzione. La cattiva disposizione contro questi credenti viene aizzata da almeno due “Organizzazioni anti-missionarie” ultra-ortodosse, e precisamente Yad L’achim (Mano ai fratelli) e Lev L’achim (Cuore per i fratelli). Queste istituzioni arrivano ai limiti del legalmente lecito e del decoro, e qualche volta vanno anche oltre, denigrando e attaccando gli ebrei messianici. Gli attivisti ultra-ortodossi cercano di screditare pastori e anziani di comunità nei loro immediati dintorni attaccando in posti pubblici pashkevilim, cioè manifesti con le loro fotografie e con minacce.

Secondo i dati esposti dal giornalista, in Israele ci sono circa 100 comunità messianiche. Ciascuna di loro costituisce un gruppo chiuso in se stesso, ma esiste tuttavia «una grande fluttuazione» nell’appartenenza alla comunità. Il reporter dichiara inoltre che gli ebrei messianici non gestiscono alcun centro chiuso in cui «i nuovi convertiti sono sottoposti a un lavaggio del cervello o a un ‘bombardamento con amore’». I nuovi arrivati nelle comunità messianiche non vengono nemmeno allontanati dalle loro famiglie o dai loro amici. Se un membro vuole abbandonare la comunità, né lui né altri vengono obbligati a rimanere.

Nel suo resoconto l’autore dell’articolo cerca di comportarsi come «obiettivo osservatore dall’esterno». Da una parte scrive: «Gli ebrei messianici in questo paese hanno una reputazione pessima», perché come attivi «missionari» parlano apertamente di Yeshua ad ogni ebreo (o non ebreo) che manifesta interesse. D’altra parte i «messianici» per il reporter non sono una setta, perché i credenti ebrei in Yeshua non hanno né una singola figura leader né un gruppo di leader, e a nessuna persona del loro ambiente attribuiscono proprietà divine. Nella sua esposizione mette anche in evidenza due aspetti contraddittori dello scenario ebreo-messianico in Israele: da una parte si nota una tendenza dei figli a non seguire la fede in Yeshua dei loro genitori; dall’altra si può osservare in altre famiglie una continuità della fede in Yeshua che passa di generazione in generazione, come per esempio in Yad Hashmona, un villaggio messianico (Moshav) nella zona collinare ebraica.

Alla fine dell’articolo il giornalista descrive un concerto di musica messianica organizzato da credenti in Yeshua. A questa manifestazione hanno partecipato circa 1.000 visitatori. L’autore scrive: «Mille credenti messianici, di cui molti hanno genitori ebrei, si sono riuniti in una specie di ‘casa protetta’ per cantare inni a Gesù. Non sembravano minacciosi, anzi piuttosto innocui e vulnerabili. In questo spazio al sicuro dagli occhi del pubblico hanno potuto esprimere liberamente la loro fede.»

Fonte: (Nachrichten aus Israel, aprile 2009 – trad. www.ilvangelo-israele.it)



http://butindaro.wordpress.com/2009/05/10/israele-ebrei-messianici-sotto-i-riflettori/

sabato 23 maggio 2009

L’ebreo che spiega Gesù alla Chiesa

12 Maggio 2009
L’ebreo che spiega Gesù alla Chiesa
Il paradosso di Jacob Neusner, il rabbino che prendendo le parti dei farisei ha «aperto gli occhi» a Benedetto XVI sulla grandiosa pretesa di Cristo

di Luigi Amicone
Jacob Neusner è considerato il più grande specialista vivente di letteratura rabbinica antica. Ha scritto un libro su Gesù e ha benedetto il viaggio che il Papa sta compiendo in Terra Santa. Perché? «Perché mi piacciono i cristiani e perché rispetto il cristianesimo». Tutto qui? Sosteneva Kieerkegaard che Gesù di Nazareth e la sua pretesa di aver portato il cielo sulla terra, di essere Dio stesso in terra, «è l’unico caso serio della storia». Perciò «tu devi prendere posizione di fronte a Cristo». Neusner è uno dei pochi contemporanei a farlo davvero. La sua posizione, raggiunta dopo la frequentazione di Gesù nel vangelo di Matteo, è sorprendente? Nient’affatto. Il rabbino non si converte a Cristo, non lo segue e continua a stare “con i farisei”. Perché? Perché Cristo si è detto signore del sabato. Perché ha identificato se stesso con la Torah. Perché Gesù ha chiamato i suoi discepoli in prima persona e si è appellato alla libertà di un “io” invece che al “noi” dell’Eterno Israele. Perché, infine, ha la pretesa “impressionante” e “sbalorditiva”, «egli e i suoi discepoli», di aver «preso il posto dei sacerdoti nel tempio; il luogo santo è cambiato e si identifica con il gruppo formato da Gesù e dai suoi discepoli». E allora dove sta l’originalità dell’ebreo che capisce che «l’alternativa è tra: “Ricordati di santificare il sabato” e “Il Figlio dell’uomo è il signore del sabato”. Non possiamo scegliere entrambi»? Dove sta l’interesse della constatazione che «la Torah sta in un mondo, Cristo in un altro»? Intanto originalità e interesse stanno nella conferma della serietà e gravità del “caso”. Come annota Neusner, non si tratta di parole o di idee. Si tratta di un avvenimento e di una persona. «Comprendo, infatti, che solo Dio può esigere da me quello che sta chiedendo Gesù». «Noi comprendiamo adesso che alla fine c’è proprio la figura di Gesù e non tanto i suoi insegnamenti».
Riepilogando. È giunto alla sua terza edizione italiana Un rabbino parla con Gesù (San Paolo), libro doppiamente straordinario. In primo luogo perché riesce nell’impresa di portare il dialogo ebraico-cristiano oltre le secche della discussione storica e teologica offrendoci una testimonianza limpida e persuasiva di cosa sia un’esperienza viva di ebraismo (mentre, sostiene Neusner, «a parte poche sorgenti di ortodossia l’ebraismo rappresenta oggi in Europa una religione morta»). La seconda ragione di straordinarietà sta nella interpretazione-recensione che dell’approccio a Gesù secondo Neusner ha dato niente meno che il papa Benedetto XVI. Il quale, nel suo Gesù di Nazaret, segnala il volume del rabbino americano così: «Il grande erudito ebreo Jacob Neusner in un importante libro si è, per così dire, inserito tra gli ascoltatori del Discorso della montagna e ha poi cercato di avviare un colloquio con Gesù intitolato A Rabbi Talks with Jesus (Un rabbino parla con Gesù). Questa disputa condotta con rispetto e franchezza tra un ebreo credente e Gesù, il figlio di Abramo, più di altre interpretazioni del Discorso della montagna a me note, mi ha aperto gli occhi sulla grandezza della parola di Gesù e sulla scelta di fronte alla quale ci pone il Vangelo». Non vi sembrano sconcertanti le parole del Santo Padre? «Mi ha aperto gli occhi». Ma la figura del Nazareno non dovrebbe essere la specialità bimillenaria (oltre che la “ragione sociale”) delle Chiese cristiane? Dunque quale sarebbe il segreto che renderebbe così speciale l’approccio di Neusner, come lascia intendere addirittura il Pontefice? Cosa del Gesù visto da un ebreo osservante ha entusiasmato Benedetto XVI tanto da fargli mettere nero su bianco un giudizio così lusinghiero da corrodere implicitamente tanta apologetica cristiana – proprio lui, il Papa-teologo, il professore Ratzinger, l’ex prefetto del Sant’uffizio, il Defensor Fidei, il Vicario di Cristo? Come si spiega tanta accoglienza a una posizione che dichiara «senza scuse, senza inganno, senza infingimento» di voler «riaffermare semplicemente la Torah del Sinai sopra e contro il Gesù di Matteo»? Il segreto sta nel fatto che mentre a tutt’oggi prevale una riduzione del cristianesimo a interpretazione sentimentale o specialistica (almeno così sembra emergere in tanta omiletica chiesastica e nella pubblicistica-biada di massa che ci arride dalle vetrine delle librerie), con l’opera di Neusner torna in auge la “simpatia per l’oggetto” della disputa. Torna una ragione aperta alla considerazione del fenomeno Gesù così come esso si è presentato nella storia e nella testimonianza di chi gli ha voluto bene, non come si immagina che egli avrebbe dovuto essere o essersi presentato per tramite di chi lo ha conosciuto. Perciò il nostro rabbino immagina di mescolarsi tra la folla di discepoli, curiosi, ostili, semplice gente comune riunita alle pendici del monte presso il lago di Tiberiade per ascoltare “il discorso delle Beatitudini”. Egli interloquisce con Gesù seguendo come filo rosso il vangelo di Matteo, «il più “ebraico” dei vangeli», e mettendolo a confronto con la Torah.

Un vero maestro in Israele
Molti sono i punti di contatto ed è impossibile non riconoscere in Gesù un vero ebreo e un maestro in Israele. Il fatto è – pretesa pazzesca e inaccettabile da chi ritiene peraltro che «Mosè ha detto molto di più, stando sulla montagna» – che Egli identifica e riassume l’intera Torah nella sua persona. Insomma, ciò che oggi non è per niente scontato nelle Chiese cristiane, dove il Nazareno rischia di essere tramandato come un mito consolatorio, fermo alla “Parola” di un passato piuttosto esangue e anacronistico, per l’ebreo pio e osservante Jacob Neusner invece è una pretesa viva. Che va presa alla lettera, esattamente per quello che dice di essere. E cioè non una fonte di ispirazione morale, sociale, legislativa. Ma uno che reclama un “tu” e una sequela totalizzante.
Così, la domanda di ieri è la stessa di oggi, di sempre: «E voi, chi dite che io sia?». La domanda posta da Gesù è la stessa che sembra fare da sfondo alle folgoranti riflessioni, ai paragoni e alle conclusioni dell’ininterrotto dialogo che Neusner stabilisce nell’arco della sua narrazione tra il “maestro nazareno”, la Torah, i maestri, i saggi e i profeti dell’“Eterno Israele”. Ristabilendo così – paradossalmente, da parte di un rabbino – il metodo proprio del cristianesimo. Che non è anzitutto quello storico o spiritualistico, ma proprio quello personale di porsi con apertura e immaginazione davanti alla persona di Cristo, alla sua pretesa, alla sua logica, alla sua avventura umana.
http://www.tempi.it/cultura/006682-l-ebreo-che-spiega-ges-alla-chiesa

Allarme antisemitismo: torna il complotto giudaico-massonico

Allarme antisemitismo: torna il complotto giudaico-massonico DI ALDO CHIARLE
Lunedì 11 Maggio 2009 11:00



Il quotidiano “Il Riformista” lancia un allarme: una piccola casa editrice ha ristampato “I protocolli dei Savi Anziani di Sion”, una opera universalmente riconosciuta come un enorme cumulo di menzogne, scritta e pubblicata poco più di un secolo fa per scatenare una azione di odio contro gli ebrei.Oggi questo libro viene utilizzato dalla teocrazia dell’Iran per incitare l’odio contro Israele e per chiedere ad alta voce la sua distruzione. Ma questi “protocolli” noti in Italia attorno al 1938, non furono una invenzione fascista, anche se Benito Mussolini e Giorgio Bocca, firmatario del manifesto antiebraico, se ne sono appropriati, perché proprio in quell’anno la propaganda fascista sbandiera a piena voce la tesi del complotto sionista e massonico, legittimata autorevolmente dal Gran Consiglio del fascismo nel momento in cui si stava per imboccare la strada della discriminazione razziale e la promulgazione dei “Provvedimenti per la difesa della razza”; proprio in quei giorni vengono pubblicati in Italia i “Protocolli dei savi anziani di Sion” che ben giocavano a favore del fascismo nella sua campagna contro gli ebrei e contro la Massoneria.Ma i “Protocolli dei savi anziani di Sion” non sono stati una invenzione fascista: escono in Russia nel 1905 e fu una grossa mistificazione composta di collage di diversi testi abilmente manipolati dalla polizia segreta zarista, in un momento in cui la Massoneria e l’Ebraismo stavano giocando un ruolo culturale di primaria importanza. Da allora, a intervalli regolari, il complotto giudaico-massonico viene sventolato da forze reazionarie, e con particolare accanimento da Mussolini quando per l’Asse la guerra era irrimediabilmente persa; guerra - adopero le parole di Mussolini - “tenacemente voluta dal mondo demoplutocratico giudaico-massonico, ricco di oro e di denaro, contro i popoli nuovi e ricchi di braccia”. Naturalmente i rappresentanti delle potenze demoplutocratiche, giudaico massoniche erano le nazioni definite vecchie e sorpassate, in una parola la Francia, ma soprattutto l’Inghilterra, definita la perfida Albione.Questa azione propagandistica si intensificò dopo l’8 settembre 1943, con punti di massima violenza nei primi mesi del 1944. Infatti il 13 febbraio 1944, il quotidiano “La Repubblica fascista” e il giorno seguente tutti i giornali dell’Italia ancora occupata dai nazi-fascisti, pubblicano a piena pagina un articolo dal titolo: “Il complotto ebraico massonico per minare il fascismo e piegare l’Italia. E come nel caso dei famosi Protocolli di Sion del 1905, vengono pubblicate intere pagine di documenti falsi, questa volta massonici, inventati proprio da Benito Mussolini, perché un attento studioso rileggendo i testi trova proprio lo stile e la penna del duce del fascismo. Fu l’ultimo suo attacco, a mezzo stampa, contro la massoneria e contro gli ebrei. Purtroppo i delitti continuarono fino alla liberazione. Poche settimane prima di questo ultimo forsennato attacco si era conclusa la tragedia del ghetto ebraico di Roma.Ma il complotto giudaico-massonico non è stato - come dicevo all’inizio - una invenzione di Mussolini; Mussolini l’ha solo rispolverato. Come anche i “Protocolli dei savi anziani di Sion”. Le menzogne del complotto giudaico hanno più di 250 anni e a denunciarlo è stato un cappuccino, padre Schuff che nel Duomo di Acquisgrana urlò nel 1751: “Gli ebrei che crocifissero il Salvatore erano massoni. Pilato ed Erode erano i capi di una Loggia. Giuda prima di tradire Gesù si era fatto iniziare massone in una sinagoga e quando consegnò i trenta denari prima di andarsi ad impiccare non aveva fatto altro che pagare la tassa di iniziazione. Da allora “La Civiltà Cattolica” ritorna spesso su questo complotto e anche con mano pesante.In un articolo apparso in data 20 giugno 1885 si parla della Massoneria e dopo un accenno a Satana che l’ha generata, si accusa i giudei di essere il perno cui fanno parte tutte le ruote della grande macchina settaria che si chiama Framassoneria. Nel 1887 la stessa Rivista insiste nel concetto di complotto e nel numero del 1° gennaio, scrive “I giudei reggono la massoneria con un bieco fine. Saranno il bersaglio dell’ira divina fino agli ultimi giorni. Il coltello piantato nel cuore dell’Italia è la massoneria giudaica”. E nel numero del 3 novembre 1888: “I giudei reggono la massoneria, ma gli ingannati dai giudei che, traendoli ai primi gradi, tengono celato il loro bieco fine; e fingono amore della umanità, ardente desiderio di universale progresso, affetto stragrande per il popolo, cultura delle arti e delle scienze, e soprattutto amor di patria, indipendenza e unità nazionale”. E ancora: “Gli ingannati non mostrano di punto avvedersi delle trame giudaiche e pare che nemmeno si accorgano che il vero fine della giustizia ebraica sia quello che dicevamo: la distruzione della religione e cancellare Gesù Cristo dalla mente e dal cuore fra i fini subalterni della Massoneria voluti dalla giudaica massoneria, vi fu l’indipendenza d’Italia, quindi la cosiddetta Unità d’Italia, togliendo soprattutto la sovrana indipendenza al Vicario di Gesù Cristo”.Un altro violento attacco alla “massoneria giudaica è sulla rivista del 20 aprile 1889: “Il Dio della massoneria giudaica è quello che ammettono i panteisti, è la natura, è il mondo. Ma un orbo vede che questo non ha nessun carattere proprio della divinità, dunque il Dio della giudaica massoneria non è Dio e in fatto questa professa l’ateismo”. E ancora, nel numero del 15 febbraio 1890: “La perfida razza dei giudei, che stancò cento volte la pazienza di Dio e fu finalmente reietta perchè crocefisse il Signore, cotesta razza dispersa in esilio per tutta la terra sarà ben presto ridotta all’impotenza...Dio farà così nell’ordine morale, dacché nessun uomo assennato recherà in dubbio che la frase blasfema del Garibaldi, essere il Papa il cancro dell’Italia, e quella stampa qui in Roma testé dal Gran Maestro Adriano Lemmi, cioè che il Papa è il coltello piantato nel cuore dell’Italia, non abbia presto a pronunciare, nel proprio e vero senso, della massoneria: sì la massoneria è il cancro dell’Italia, sì la massoneria è il coltello ch’è piantato in Roma, cuor d’Italia”.Ma la rivista pubblica il 16 agosto 1890, una vera chicca: “Del resto certo è che la massoneria è informata e diretta dallo spirito giudaico e gli obbedisce. Uno di essi, Sisto di Siena, ci attesta che nella edizione del Talmud, leggevansi i seguenti precetti: 1) Ordiniamo che ogni giudeo maledica che volte al giorno il popolo cristiano e preghi Dio che lo stermini con i suoi principi e re; 2) Dio ha ordinato ai giudei di appropriarsi dei beni dei cristiani, sempre che li potranno, sia con la frode, sia con la violenza, ovvero con il furto e l’usura; 3) si comanda a tutti i Giudei di avere i cristiani in conto di bruti animali e di trattarli come tali; 4) Non facciamo né bene né male ai pagani, ma procuriamo con ogni mezzo di tor dal mondo i cristiani; 5) Se un giudeo vede un Cristiano sull’orlo di un precipizio, è tenuto a sospingerlo dentro”. E ancora, nel numero del 19 ottobre 1895, con una recensione del libro “Massoneria sinagoga di Satana” scritto dall’arcivescovo di Port-Luis, Meurin Leone, e pubblicato dalla Biblioteca del clero di Siena: “Secondo noi è una delle più insigni sopra l’argomento e dimostra che la Cabala ebrea è la base filosofica e la chiave della massoneria. Monsignore intende la Cabala corretta di Paganesimo e di satanismo. Cerchiamo e troviamo la storia della massoneria, l’ordine decaduto dei Templari, la Sinagoga cabalistica e finalmente nel tutto, Satana medesimo”.E si potrebbe continuare all’infinito, con citazioni mensili e della stessa violenza. Proprio in questi giorni “furfugnando” fra bancarelle di libri vecchi, ho trovato alcuni numeri de “La Frusta” giornale politico e morale che si pubblicò in Roma a partire dal 1870. nel numero dell’11 gennaio 1871 trovo un articolo di fondo veramente eccezionale. Il titolo è “La generosità dei Papi e la ricompensa degli ebrei”. L’articolo è tutto interessante, ma riporto solo alcuni gioiellini di stile e di “amore”; eccoli: “Fra le molteplici leggi pertanto che sempre più sconvolgono il caos italiano, si ha: Tutti i cittadini sono eguali avanti alla legge. Questa legge a nessun altro è tanto propizia siccome agli Ebrei, perchè essendo la schiatta più avvilita e più abietta del mondo, perchè contrassegnati dal marchio meritato del deicidio, furono giustamente sino ad oggi sfuggiti o non affatto curati. Ma d’ora innanzi ed in forza appunto dall’esser tutti eguali in faccia alla legge, voi li vedete insegnare al Liceo, quando non sanno e non vogliono credete, perchè oggi in società dei fatalisti e degli atei comandano, imperano ancora eminentemente gli ebrei. Giudaismo e rivoluzione sono oggi le parole talmente identiche fra loro, cosicché i rivoluzionari sono tutti ebrei, come tutti gli ebrei sono rivoluzionari. Rivoluzionari sono gente senza testa, senza patria, senza affezione, gli Ebrei non hanno Patria, e sopra l’onore dei congiunti sentono quello dell’oro. Gli ebrei congiurano contro il papa, lo bestemmiano, calunniano, insultano, ancorché l’augusto pontefice Pio Nono li abbia sempre ricolmi di ogni elargizione e favore”. L’esecutore di questo incredibile articolo finge di ignorare la cacciata degli ebrei dalla cattolicissima Spagna, i ghetti della cattolicissima Polonia, il ghetto di Roma annientato solo dalle baionette dei bersaglieri italiani il XX settembre 1870, senza parlare di alcune diecine di migliaia di ebrei assassinati dalla Inquisizione nella sola Spagna.Come risposta a chi ha avuto l’ardire di parlare dei Papi come i generosi e costanti benefattori degli ebrei, ricordiamo: 1) Divieto di matrimonio e di rapporto sessuale fra cristiani ed ebrei (Sinodo di Elvira – anno 306); 2) Divieto di consumo di cibi per ebrei e cristiani (Sinodo di Elvira – Anno 306); 3) Non è permesso agli ebrei di rivestire funzioni pubbliche (Sinodo di Clermont – anno 535); 4) Non è permesso agli ebrei di tenere a servizio serve o schiavi cristiani (3° Sinodo di Orleans – anno 538); 5) Agli ebrei non è permesso di farsi vedere nelle vie durante la settimana santa (3° Sinodo di Orleans – anno 538); 6) Bruciatura del Talmud e di altri scritti ebraici (Sinodo di Toledo – anno 681); 7) È vietato ai cristiani di consultare medici ebrei (Sinodo di Narbonne – anno 1050); 8) Come i cristiani, gli ebrei debbono pagare la decima alla Chiesa (Sinodo di Gerona – anno 1078); 9) Gli ebrei non hanno il diritto di accusare i cristiani (3° Concilio Lateranense – anno 1179); 10) Gli ebrei debbono portare un distintivo sugli abiti (4° Concilio Lateranense – anno 1215); 11) Divieto di costruire sinagoghe (Concilio di Oxford – anno 1222); 12) Gli ebrei hanno il diritto di abitare solo nei quartieri ebraici (Sinodo di Braslavia – anno 1267); 13) La conversione di un cristiano all’ebraismo o di un ritorno di un ebreo battezzato alla sua religione precedente, vanno trattati come una eresia (Sinodo di Mainz – anno 1310). E poi Granada, quando nel 1492 gli ebrei vengono cacciati dalla cattolicissima Spagna, e nacque anche la “Santa” Inquisizione.Perchè il più grande delitto di fronte alla umanità è quello di dimenticare le leggi razziali del fascismo – molto si è scritto su questa infamia. Ma vi è una altra infamia altrettanto criminale verso gli ebrei ed è quella di Stalin che aveva programmato lo sterminio degli ebrei russi nel 1958 e solo la sua morte impedì il massacro. Tutto era già pronto: dai carri bestiame per trasportarli in massa in Siberia. Ma gli ebrei in Russia avevano già avuto molti colpi terribili. Il primo, ma di proporzioni limitate al tempo della collettivizzazione dell’agricoltura contro i piccoli proprietari terrieri che si opponevano; un altro colpo e questa volta terribile gli ebrei russi lo ebbero nel periodo del terrore (dagli anni 30 agli anni 40) con stragi, uccisioni e deportazioni in massa. Negli anni 1937/38 fu aggredita la cultura ebraica con la chiusura delle scuole e delle Accademie ebraiche; ma gli anni dell’ultimo dopoguerra furono per gli ebrei ancora più tristi di quelli degli anni del terrore. Stalin cominciò a pensare a loro come agenti del sionismo americano e complici di una cospirazione giudaica mondiale del capitalismo e del sionismo situata a Wall Street contro la Russia del Soviet. Vennero chiusi tutti i teatri ebraici, vietato l’insegnamento, le sinagoghe lasciate andare in rovina e i giornali aboliti. Nel 1953 la Pravda riportò in prima pagina la notizia dell’arresto di medici ebrei sabotatori e questo dette spunto alla soluzione finale progettata da Stalin.Con la fine del nazifascismo e del comunismo è terminato il “complotto giudaico-massonico? Pensiamo proprio di no. Nel 1970 un noto politico per una crisi di governo che attraversava l’Italia ne dette la responsabilità ad una congiura ebraica e massonica. Anni fa un cardinale inveendo contro gli assassini del giudice Giovanni Falcone dichiarò che era stato ucciso “non da membri della Comunità di Dio, ma dai figli della Sinagoga di Satana” così ha chiamato la mafia. Gli ebrei e tutte le persone per bene sono insorte. Si disse, a mò di scusa, che la frase “Sinagoga di Satana” veniva da una “traduzione infelice” di una citazione dell’apocalisse. Polemiche, discussioni, scuse.E poi il caso “Kurt Waldheim” sul quale pesano gravissime e fondati sospetti di crimini di guerra in Grecia e in Jugoslavia; questo personaggio nel 1987 fu ricevuto da Papa Karol Woityla e nel luglio del 1994 insignito della onorificenza pontificia dell’ordine di Pio IX e quale ironia l’onorificenza gli è stata data per l’impegno da lui dimostrato “per la salvaguardia dei diritti umani”. Dopo la protesta di Israele che ha definito la concessione dell’onorificenza un “insulto all’Olocausto” come ha risposto il Vaticano? Conferendo una onorificenza anche alla moglie di Kurt Waldheim. Articolisti cattolici non hanno perso l’occasione per scrivere che gli ebrei hanno molto forte lo spirito della vendetta, mentre i cattolici hanno la cultura del perdono.Oggi, si dice, che i tempi sono cambiati e che il passato non potrà più tornare; io nutro seri dubbi. Non a caso tempo fa a Roma sono apparse le scritte “Morte ai giudei” intrecciate con altre scritte “morte ai massoni”. Per non parlare della guerra del Golfo di molti anni fa e di quella più recente dell’Iraq, quando si è ripetutamente detto e scritto che la guerra era voluto dalla massoneria e dall’ebraismo mondiale. In tutta l’Europa da mesi si sono intensificate le violenze contro gli ebrei. Non vorrei che un giorno svegliandomi, possa sentire le note di una lugubre canzone, cantata dalle Camicie Brune di Hitler dalla quale ha preso nome l’infame eccidio del 30 giugno 1934: “Affilate i lunghi coltelli sulle pietre del marciapiede/ Fate scivolare i coltelli nella pancia degli ebrei!/ Il sangue deve scorrere in grande quantità / noi cagheremo sulla libertà della repubblica ebrea. / Appena arriva l’ora della vendetta / Noi siamo pronti a qualsiasi massacro / Su, su, gli Hohenzollen ai lampioni! / che i cani penzolino sino a quando cadranno giù! / Il sangue deve scorrere... / Nella Sinagoga appendete un maiale nero. /Nei Parlamenti gettate una bomba a mano! / Il sangue deve scorrere... / Strappate la concubina dal letto principesco / ingrassate la ghigliottina con il grasso dei giudei! / Il sangue deve scorrere....”. È una canzone del 1934: cinque anni prima che scoppiasse il conflitto mondiale…

http://www.avanti.it/index.php/tempo-reale/93-l-avanti-in-edicola/6008-allarme-antisemitismo-torna-il-complotto-giudaico-massonico-di-aldo-chiarle.html

Netanyahu gela Obama



ilGiornale.it
n. 119 del 2009-05-19 pagina 14

Netanyahu gela Obama:
secco no di Israele
a uno Stato palestinese
di Matteo Buffolo

Il premier di Gerusalemme: "Per gli arabi solo autogoverno". Il presidente Usa: "Continuiamo il dialogo con Teheran". La Casa Bianca: "Congelare gli insediamenti in Cisgiordania"

Quando si sono incontrati lo scorso anno, erano tutti sorrisi e l'incontro era scivolato in maniera piacevole. Ma allora, né Benjamin Netanyahu né Barack Obama guidavano i propri Stati e il rilancio dei piani di pace in Medio Oriente non passava quasi esclusivamente per le loro mani. Ieri, alla prima visita ufficiale del premier israeliano alla Casa Bianca, il meeting è stato ugualmente cordiale, ma le posizioni dei due leader non si sono - almeno per ora - incontrate.

I temi più caldi sono due: la cosiddetta «soluzione dei due Stati» e il dossier iraniano. E se la prima cosa che Obama ha detto dopo ore di estenuanti faccia a faccia è stata che «solo con due Stati ci sarà la pace fra i due popoli», Netanyahu ha preferito parlare di «autogoverno», ma dicendo chiaramente «no ad uno Stato palestinese». E se il premier israeliano puntava a fissare un termine temporale per la linea del dialogo con Teheran (tre mesi secondo le indiscrezioni, una scadenza condivisa anche dall'inviato americano per il Medio Oriente Dennis Ross), il Presidente americano ha nicchiato e non ha fissato alcuna data ultima, facendo intendere di puntare forte sul dialogo e su un approccio soft, ma puntando comunque a «risultati entro l'anno». Differenze significative, che non sarà semplice appianare nonostante la relazione che ha sempre legato Washington allo Stato ebraico e di cui nessuno dei due può fare a meno. Sul tavolo, ovviamente, ci sono molte altre questioni, per esempio il futuro degli insediamenti dei coloni in Cisgiordania; e se proprio ieri è arrivata la notizia di un appalto per la costruzione di una nuova enclave, Obama ha tuonato dicendo che i progetti «devono essere congelati».

Insomma, quella che Netanyahu aveva definito «la missione della sua vita» in un'intervista al quotidiano Maariv non sembra aver portato, almeno nell'immediato, un’intesa con il grande fratello Usa. Lo spazio di manovra del premier israeliano, stretto fra un governo di coalizione eterogeneo e favorevole a una linea dura e la volontà di Obama di imprimere al processo di pace un'accelerazione basata sul dialogo, è limitato e l'incontro sembra aver confermato i timori della stampa di Gerusalemme, scettica sulla possibilità di un accordo.
Nello Studio Ovale Obama ha richiamato alla memoria di Netanyahu gli impegni presi dai precedenti governi, mentre il capo del governo israeliano ha nicchiato. E se per l'ex senatore dell'Illinois la soluzione del problema palestinese è un punto chiave per migliorare i rapporti con il mondo islamico, per il leader del Likud dare pubblicamente il via libera alla formazione di uno Stato palestinese significherebbe sostanzialmente vedere la propria maggioranza sgretolarsi dopo poche settimane. A meno, ovviamente, di non portare a casa qualche sostanziosa contropartita. Ma anche sull'Iran - l'altro grande dossier sul tavolo - le visioni divergono: per Obama arrivare alla sovranità totale per la Palestina smorzerebbe i problemi con Teheran, per «Bibi il falco» invece spingerebbe soltanto Ahmadinejad (o chi gli succederà eventualmente dopo le presidenziali di giugno) a esercitare ancora più pressione attraverso Hezbollah ed Hamas. A meno che, ma gli spiragli sembrano minimi, gli Stati arabi non riconoscano Israele e la sua natura ebraica. «In questo caso - ha detto Netanyahu a margine del meeting - siamo pronti a riprendere i colloqui di pace con i palestinesi». «E questa - gli ha fatto eco Obama - è un'occasione che entrambi dovreste cogliere».


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Hamas: le parole di Obama ingannano

Quelle dichiarazioni non sono altro che un insieme di auspici»
Hamas: le parole di Obama ingannano
Il gruppo islamico: le manifestazioni di speranza sono fuorvianti, Israele «entità sionista razzista e radicale»
MILANO - «Le affermazioni e le manifestazioni di speranza del presidente statunitense Barack Obama hanno l'unico obiettivo di ingannare la comunità internazionale in merito a qualsiasi questione legata ai comportamenti e all'esistenza dell'entità sionista razzista e radicale». È questa la posizione di Hamas, dopo l'incontro tra il premier israeliano Benjamin Netanyahu e Obama.

«SOLO UN INSIEME DI AUSPICI» - In un comunicato, rilanciato dal sito web del quotidiano israeliano The Jerusalem Post, il gruppo afferma inoltre che le dichiarazioni del presidente statunitense durante l'incontro di ieri con Netanyahu non sono altro che un «insieme di auspici» su cui il movimento ha poche speranze. Durante l'incontro alla Casa Bianca con Netanyahu, Obama ha esortato Israele a negoziare con i palestinesi, ma divergenze sono emerse tra le parti sulla questione dei due stati per due popoli. Il premier israeliano, infatti, ha parlato semplicemente di autogoverno dei palestinesi, senza mai riferirsi a uno stato palestinese. Il presidente degli Stati Uniti ha anche ricordato a Netanyahu che in base alla Road Map, Israele è vincolato a non creare nuovi insediamenti.

http://www.corriere.it/esteri/09_maggio_19/hamas_obama_affermazioni_per_ingannare_il_mondo_01d57552-4460-11de-a9a2-00144f02aabc.shtml

CANNES: IL FILM SCANDALO ISRAELIANO SULL'OMOSESSUALITA'

20/05/2009 - 18.01
FESTIVAL DI CANNES: ARRIVA LO SCANDALOSO FILM SULL'OMOSESSUALITA' 'EYES WIDE OPEN'



(IRIS) - ROMA, 20 MAG - A coronamento di un'edizione del Festival in cui l'amore omosessuale ha avuto un posto d'onore, arriva nella sezione Un Certain Regard, il film che, pur con una trattazione delicata e sofferta rappresenta l'autentico scandalo di quest'anno. Si intitola 'Eyes Wide Open', lo ha diretto l'israeliano Haim Tabakman ed è stato realizzato grazie ad una coproduzione con la Francia e la Germania poichè in patria appariva impossibile trovare tutti i capitali necessari.

I protagonisti sono due uomini che appartengono alla comunità ultra ortodossa di Tel Aviv, sono profondamente rispettosi delle leggi religiose e della morale ebraica ma non vogliono uccidere per questo la sincera passione che li lega. Aaron è un rispettato commerciante, sposato con Rivka e bravo padre di quattro bambini. Ma quando un giorno incontra il giovane studente Ezri non puo' far tacere il suo cuore. Il senso di colpa, il dolore per il tradimento della moglie e soprattutto la crescente pressione della comunità a cui appartiene, costringono Aaron alla scelta piu' drammatica. Opera prima di un regista che maneggia la materia con grande padronanza, ex allievo della Cinefondation di Cannes, il neoregista Haim Tabakman rende merito alla sceneggiatura originale di Merav Doster che ha ripreso dopo sette anni contro il parere di tutti.

''Il problema con lo scandalo dell'omosessualità tra i religiosi ebrei - dice il regista - è che l'omosessualità per il Talmud non è necessariamente un peccato, semplicemente non esiste, è una malattia che si può contrastare e vincere. Quando si è religiosi nel profondo dell'animo come i miei due personaggi si hanno solo due possibilità, combattere quella che i saggi chiamano una pulsione nefasta o vivere il proprio amore finendo nell'isolamento e nel disprezzo di amici e parenti''. Per capire quanto il film possa sconvolgere il suo pubblico naturale, in Israele, basterà dire che la contrarietà della comunità ortodossa ha costretto i produttori a non girare il film a Gerusalemme per l'eccesso di pressioni negative e che il protagonista Ran Danker (una star musicale) ha rischiato tutta la sua popolaritaà rompendo un autentico tabù apparentemente insuperabile. ''Sono molto grato a Ran - dice il regista - così come a uno degli attori che amo di più nel mio paese, Zohar Strauss, perchè si sono fatti carico dei loro personaggi fino a viverne tutto il dramma interiore. Spero che Cannes li ricompensi del rischio corso poichè ad oggi non sappiamo ancora se e come sarà possibile mostrare questo film in patria''.



MaVi

http://www.irispress.it/Iris/page.asp?VisImg=S&Art=38272&Cat=1&I=immagini/Spettacolo/62%20Festival%20d%20Cannes.jpg&IdTipo=0&TitoloBlocco=MusiCinemArte&Codi_Cate_Arti=7

BETANIA OGGI



Published on Tempi (http://www.tempi.it)
Una luce oltre il muro


di Rodolfo Casadei




Passaggio a Betania, Gerusalemme, dove da venticinque anni una donna cristiana difende con le unghie e coi denti i suoi reietti, decine di orfani trasformati in “figli” felici dalla «potenza della vita»


Da Gerusalemme

Insieme alla casa di Pietro a Cafarnao, era qui, a Betania, nel paese dove abitavano Lazzaro, Marta e Maria, il centro affettivo di Gesù. Oggi il villaggio di case bianche, sul pendio del Monte degli ulivi, sta per essere isolato dal muro. Quel muro che Benedetto XVI si è augurato di vedere presto smantellato: «Anche se i muri possono essere facilmente costruiti noi tutti sappiamo che non durano per sempre. Essi possono essere abbattuti». Non è un facile richiamo alla retorica pacifista. Il Papa sa bene quali sono le circostanze che hanno spinto le autorità israeliane a ricorrere alla drastica decisione di elevare una barriera di separazione tra i due popoli. L’islamismo suicida (dopo la costruzione del muro praticamente azzerato) che si infiltrava nei bar, sugli autobus, nelle scuole, facendo strage di cittadini inermi. Per questo l’accorato appello del Pontefice è realistico. «Quanto ardentemente preghiamo perché finiscano le ostilità che hanno causato l’erezione di questo muro!». Non a caso, proprio al campo profughi di Aida, a Betlemme, Benedetto XVI ha spiegato che «da entrambe le parti del muro è necessario grande coraggio per superare la paura e la sfiducia». Occorre «contrastare il bisogno di vendetta». Ci vuole «magnanimità per ricercare la riconciliazione». «La storia ci insegna che la pace viene soltanto quando le parti in conflitto sono disposte ad andare oltre le recriminazioni e a lavorare insieme a fini comuni. (…) Se ciascuno insiste su concessioni preliminari da parte dell’altro, il risultato sarà soltanto lo stallo delle trattative». In questa tensione tra parti recalcitranti a concedersi atti di magnanimità e fiducia, le anfore di coccio sono le persone come lei, Samar Sahhar, cristiana di Betania. Che fedele al mandato che il Papa ha rinnovato ai cristiani di Israele e Palestina («Siate testimoni della potenza della vita, della nuova vita donataci dal Cristo risorto, di quella vita che può illuminare e trasformare anche le più oscure e disperate situazioni umane»), da venticinque anni dedica interamente la vita ai figli abbandonati e alle donne reiette. Purtroppo, nella cittadina dove questa grande donna ha piantato il suo orfanotrofio, la Lazarus Home, sono rimaste ormai solo 11 famiglie cristiane immerse in 30 mila anime di palestinesi musulmani.

Ci si mette pure Hamas
Tornasse oggi a Betania (ora El Azareya), Cristo non troverebbe il posto tranquillo dove andava quando aveva bisogno di riposare. La via che arriva da Gerusalemme è il tipico caravanserraglio arabo, con negozietti di ogni tipo che danno sulla strada e il traffico caotico. Più su, verso la collina dove la tomba di Lazzaro e la relativa chiesa sono circondate di moderni palazzi, la pace dei luoghi è turbata dai lavori per l’avanzata del muro che sta segando in due anche questa località, incluse parecchie proprietà. Per esempio il bel giardino della casa delle suore comboniane e il bosco dell’adiacente convento dei padri passionisti. L’atmosfera politica non è più rilassata. Di recente in Consiglio comunale si è discusso dell’opportunità di costruire un ospedale: a Betania come nella vicina Abu Dies non ce ne sono, e i residenti non possono utilizzare quelli di Gerusalemme in quanto “palestinesi di zona C” (una zona dove ordine e sicurezza sono di competenza israeliana mentre l’amministrazione civile dipende dall’Autorità nazionale palestinese). Dunque per cure ospedaliere in strutture pubbliche devono attraversare il muro e andare nei territori amministrati dall’Anp. Ma del progetto che renderebbe la vita più facile agli abitanti non se ne farà nulla. I militanti di Hamas, infatti, hanno avvertito il sindaco, uomo di al Fatah: «La nostra gente deve continuare a sfidare i soldati israeliani alla barriera, non bisogna far scendere la tensione». Insomma, la logica del tanto peggio, tanto meglio. Imposta con minacce molto convincenti.
Sarebbe interessante capire chi ha messo in giro la voce che anche i cristiani alle elezioni del 2006 hanno votato Hamas, per punire la corruzione e l’inconcludenza di al Fatah. «Queste sono idiozie di giornalisti che scrivono stando chiusi dentro gli alberghi», si arrabbia Sobhy Makhoul, diacono dell’esarcato maronita di Gerusalemme e cittadino israeliano. Qualche caso c’è stato sicuramente, come quello della nipote dei fondatori cristiani dell’università palestinese (oggi statale) di Ramallah. Ma si tratta di casi isolati. I cristiani continuano a soffrire la deriva fondamentalista della società palestinese maggioritariamente musulmana. Da Gaza giunge notizia che gli ultraestremisti di Jaish al Islam, Jaish al Umma e dei Comitati popolari di resistenza, fra i quali si trovano gli assassini del pastore protestante Rami Khader ucciso nel 2007, hanno cominciato a chiedere ai 3 mila cristiani della regione di pagare la jizah, la tassa di sottomissione dei dhimmi ai musulmani. Hamas condanna verbalmente tutto questo, ma si guarda bene dal reprimere con efficacia il fenomeno. D’altra parte l’unica docente cristiana di un’università di Gaza egemonizzata da Hamas qualche tempo fa è scomparsa dalla circolazione per alcuni giorni. È riapparsa in un filmato in cui indossava il velo islamico e annunciava di essere diventata musulmana, lasciando increduli tutti i cristiani che la conoscevano come una praticante molto pia. Per non parlare delle bande criminali che sfruttano la prostituzione a Betlemme: le loro prede preferite sono le adolescenti cristiane orfane di padre. Sanno bene i guai che incontrerebbero se osassero traviare ragazze musulmane, e quindi concentrano l’attenzione sui soggetti più deboli e indifesi della società.

Esistenze ricostruite
Samar ci mostra le sue 31 “figlie”, fra i 3 e i 15 anni di età, che ospita e accudisce insieme a quattro “mamme”, tutte musulmane. Ci parla dell’ambulatorio ginecologico e pediatrico che ha aperto insieme alle suore comboniane, della panetteria-pizzeria che ha avviato e dato in gestione per finanziare la Lazarus Home, del programma di protezione per donne costrette a fuggire dal marito o dalla famiglia per i motivi più tremendi. I quattro quinti degli orfani sono il risultato di divorzi seguiti da un nuovo matrimonio: le seconde mogli non accettano i figli che l’uomo (al quale nel diritto islamico spetta inderogabilmente la custodia dei figli in caso di divorzio) ha avuto dall’altra donna, e l’istituto diventa la destinazione obbligata degli sfortunati bambini. Il resto degli orfani è rappresentato da casi penosi o raccapriccianti. Rouba, 15 anni in un corpo esile come una foglia, intona con voce struggente le canzoni di Fitoussi, la famosa cantante libanese. I genitori le hanno ustionato i piedi e il ventre, una sua sorella è stata violentata dal padre e ora vive in una comunità segreta dopo essere stata qui alla Lazarus Home per alcuni anni. Il genitore è venuto più volte a cercarla, ogni volta minacciando di morte Samar, che senza l’aiuto di nessuno l’ha respinto come una leonessa. Rania è la più piccola della casa coi suoi tre anni: ride come un frugolino con la sua bocca sdentata. Ultima di otto figli, è stata gettata sulla strada da un’auto in corsa. Non si riesce a credere che sia diventata la bambina più contenta di tutta la casa. «Le cose più belle della mia vita sono venute da mio padre e da don Luigi Giussani», dice in italiano Samar, che è una laica consacrata dei Memores Domini di Comunione e liberazione. «Mio padre mi raccontava sempre la favola di san Giuseppe che portava ogni giorno a Gesù bambino un piccolo regalo. Il giorno che non l’ha portato, in casa hanno pianto tutti: Gesù, Giuseppe e Maria. Da allora ho deciso di portare regali a Gesù ogni giorno della mia vita». n


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E se Eluana fosse stata ebrea?


E se Eluana fosse stata ebrea?


Il drammatico caso di cronaca solleva profonde questioni di etica e di morale. Quali indicazioni vengono dalla Halachà?
D.A.T.

E se Eluana fosse stata ebrea? Quale sarebbe stata la risposta della Legge ebraica alla decisione di staccare la nutrizione forzata? Come ci saremmo dovuti comportare?
Un tema molto delicato che solamente una persona come il Rabbino capo di Roma, rav Riccardo Di Segni, medico e membro del Comitato Nazionale di bioetica, poteva riuscire a trattare (in una serata organizzata da Lesson Party), dando risposte esaustive ad una platea costantemente interessata.
Facendo unicamente riferimento al caso Englaro e alle questioni che da esso scaturiscono, alcune cose vanno dette immediatamente. Ci sono degli obblighi che un Ebreo ha e da cui non può sottrarsi. Essenzialmente questi sono:


• divieto di non uccidere (legge noachica); la vita va tutelata in quanto tale, senza considerazione per la qualità o per la durata;
• non possiamo rimanere impassibili davanti al sangue versato.

A questi punti cardine si collega direttamente un concetto basilare, che divide radicalmente laici (a volte laicisti…) dai credenti: il concetto di “autonomia”. Come possiamo disporre della nostra vita? Per i credenti la vita non è un dono, ma un prestito e come tale va tutelata come se andasse restituita nel migliore dei modi.
Detto ciò, non bisogna però immediatamente dedurre che per l’ebraismo non è possibile nessun tipo di scelta autonoma di fine vita. Sebbene l’idea della sofferenza anche nell’ebraismo abbia un valore assoluto
(si collega all’espiazione delle colpe), i maestri sostengono che è lecito il ragionamento secondo il quale “non voglio né le sofferenze né il premio che ne deriva”. Nessuno quindi è condannato a soffrire e si ha il diritto di rifiutare una cura. Ma debbono esserci delle condizioni precise e debbono esser fatte salve alcune limitazioni.

Le condizioni inappellabili sono:


• si deve trattare di un malato in stato terminale;
• il malato deve essere soggetto a sofferenze insopportabili;
• per terminare le cure occorre una dichiarazione certa dell’interessato.

Anche davanti a queste tre condizioni esistono però, come detto, dei limiti legati all’idea stessa di vita: l’ebraismo non ha nulla contro la tecnologia, che anzi sostiene come frutto della mente umana, direttamente legata alle capacità date all’uomo da D-o. In questo senso perciò, i macchinari che favoriscono la continuazione della vita sono assolutamente auspicabili. Ma su questi strumenti occorre fare un ragionamento molto chiaro: alcune macchine favoriscono la continuazione della
vita in maniera eccezionale, altre invece semplicemente si limitano a somministrare al singolo alimenti e liquidi che sono basilari per la vita stessa. Terminare la somministrazione di solidi e liquidi è perciò assolutamente vietato, non legandosi ad alcun tipo di eccezionalità estranea al corso naturale della vita (bere e mangiare sono la base della vita stessa).
Un discorso più articolato va fatto invece per la ventilazione. In questo caso è assolutamente vietato staccare una semplice ma
schera per l’ossigeno o un sondino nasogastrico. E’ invece possibile ragionare sui macchinari che non solo favoriscono la ventilazione ma producono anche il necessario movimento dei muscoli. In questo caso infatti, il movimento artificiale dei muscoli può essere visto come una specie di accanimento.
Fatta questa lunga premessa, come si pone l’ebraismo davanti al caso concfreto (nella fattispecie quello della Englaro)? Qui ci sono tre questioni aperte:


• l’accertamento della reale volontà della paziente;
• la possibilità di sospendere la somministrazione di solidi e liquidi;
• la possibilità per un terzo di decidere per un malato incosciente.

Come è facile dedurre, secondo la Halakha non sarebbe stato lecito far morire Eluana. Non risulta chiara infatti la volontà del paziente: la volontà di Eluana è stata principalmente dedotta in base alla vita attiva della paziente e su frasi dette in situazioni del tutto informali. Inoltre la somministrazione di solidi e liquidi, avvenuta sempre per semplice sondino nasogastrico, sarebbe dovuta continuare.
In ultimo, come si pone Israele davanti a questa questione? In Israele esiste una legge frutto del lavoro della commissione Stainberg: secondo questa norma è possibile rifiutare le cure, ma non è lecito terminare la somministrazione di solidi e liquidi. Per la ventilazione, come detto, solo nei casi ammissibili sopra descritti, si agisce tramite un timer che, spegnendo gradualmente la macchina, determina la fine della vita.
Come si vede quindi il tema è molto complicato e frutto di numerose discussioni. Così delicato che Rav Di Segni, pur sottolineando la non ammissibilità del caso Englaro nell’ebraismo, rifiuta totalmente l’idea di definire Beppino Englaro, padre di Eluana, come un assassino. Non è possibile descrivere la sofferenza di un padre con poche, dure, infamanti, vigliacche e semplicistiche, parole….

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